Dal Premio Strega ai media, il patriarcato continua a dominare il discorso pubblico anche quando non descrive più davvero il presente
Perché ogni volta che un caso di violenza esplode sui media riappare subito la stessa parola: patriarcato? E perché il patriarcato oggi continua a esercitare una tale forza simbolica proprio nel momento in cui il modello sociale che dovrebbe descrivere appare sempre più logoro, frammentato, in molti casi già dissolto?
Il problema non è negare che per secoli la società sia stata attraversata da rapporti gerarchici tra uomini e donne. Il problema è un altro: oggi “patriarcato” viene spesso usato come una formula unica, capace di spiegare tutto insieme – la violenza, la famiglia, il linguaggio, la sessualità, la crisi maschile, perfino certe forme di fragilità affettiva. Ma proprio questa elasticità rivela la sua funzione attuale. Più che nominare con precisione una struttura storica, la parola offre un mostro simbolico disponibile, immediato, rassicurante. E un mostro semplice, quasi sempre, aiuta più a mobilitare che a capire.
Se una parola smette di descrivere e comincia a dominare
Negli ultimi anni il termine “patriarcato” è diventato una presenza fissa del discorso pubblico. Compare nelle reazioni alla cronaca nera, nei commenti televisivi, nei dibattiti culturali, nei social, nelle campagne di sensibilizzazione. Viene evocato come causa di fondo, matrice invisibile, struttura permanente. Ogni episodio particolare sembra rimandare a lui, come se fosse il nome generale capace di raccogliere in sé tutte le altre spiegazioni.
Non è un caso che la parola ricorra con tanta facilità anche nel mondo letterario e artistico. Il successo di romanzi che mettono al centro la famiglia oppressiva, il potere maschile, la soffocante organizzazione dei ruoli non dimostra solo che il tema esiste ancora. Mostra soprattutto che quella categoria continua a possedere una fortissima forza narrativa. Funziona. Organizza il racconto. Distribuisce immediatamente le parti. Stabilisce chi domina, chi subisce, chi deve emanciparsi, chi va smascherato.
Da questo punto di vista, il caso di L’anniversario di Andrea Bajani è interessante non tanto per aprire un processo all’autore, quanto per capire l’aria del tempo. Quando una parola riesce a imporsi così facilmente nel lessico culturale, il punto non è domandarsi soltanto se sia vera o falsa. Il punto è chiedersi che cosa rende così potente proprio quella parola, e non un’altra.
Perché una parola diventa egemone non solo quando descrive bene la realtà. A volte accade il contrario: si impone proprio perché la semplifica abbastanza da renderla narrabile. Il patriarcato, in questo senso, è diventato una figura perfetta del nostro bisogno di orientamento. Offre una causa unica, riconoscibile, moralmente leggibile. Permette di nominare il male senza dover entrare ogni volta nelle sue forme concrete, contraddittorie, spesso meno ordinate di quanto piacerebbe pensare.
La sua forza, oggi, non dipende solo dalla storia che porta con sé. Dipende dalla sua utilità presente.
Ma quando una parola riesce a spiegare tutto, il rischio è che finisca per non distinguere più nulla.
Il vantaggio cognitivo di un nemico semplice
Credere nel patriarcato come principio ancora totalizzante offre un vantaggio cognitivo immediato: consente di ridurre la complessità a una trama unica. Non importa se si parla di violenza domestica, di disparità lavorative, di relazioni fallite, di stereotipi educativi o di conflitti simbolici tra i sessi. Tutto può essere ricondotto allo stesso schema. È una scorciatoia potente, e proprio per questo pericolosa.
Il successo di questa parola dipende anche dal fatto che produce un effetto di rassicurazione. Se il male ha un nome solo, allora può essere combattuto con una grammatica comune. Se il colpevole è già stato individuato, il lavoro dell’analisi si alleggerisce. Ci si sente orientati. Si guadagna una mappa morale prima ancora di aver guardato davvero il territorio.
Eppure, proprio qui emerge il limite del discorso contemporaneo. Perché tra il vecchio patriarcato come sistema storico e il patriarcato come etichetta generale c’è una distanza enorme. Nel primo caso parliamo di un’organizzazione precisa dei ruoli, della famiglia, dell’eredità, dell’autorità, della sessualità, del lavoro. Nel secondo, invece, parliamo di una parola-ombrello che si allarga fino a coprire fenomeni tra loro molto diversi, a volte persino opposti.
È anche per questo che studiose come Ida Magli risultano oggi così difficili da reinserire nel dibattito pubblico. Non perché avessero risposte facili, ma proprio perché costringevano a pensare il rapporto tra uomini e donne fuori dallo schema elementare del dominatore e della dominata. Nei suoi testi il conflitto tra i sessi non appare mai come una semplice questione di sopraffazione lineare. È una trama simbolica, culturale, affettiva, sociale. Proprio per questo è più difficile da maneggiare, meno adatta agli slogan, più scomoda da usare come parola d’ordine.
Il punto allora non è difendere il patriarcato o negarne la storia. Il punto è capire che oggi la sua sopravvivenza nel linguaggio pubblico risponde soprattutto a una funzione politica e cognitiva. Serve a unificare. Serve a rendere leggibile ciò che altrimenti apparirebbe frantumato. Serve a offrire un nemico comune in una fase storica in cui i rapporti tra uomini e donne, tra genitori e figli, tra autorità e desiderio si sono fatti molto più incerti di quanto non fossero mezzo secolo fa.
Ma proprio qui si apre il problema vero. Perché se continuiamo a chiamare tutto patriarcato, rischiamo di non vedere più ciò che nel frattempo è cambiato davvero.
E forse il presente non è tanto il prolungamento di un vecchio dominio, quanto il risultato instabile della sua dissoluzione.
Il vuoto che chiamiamo ancora patriarcato
Molti uomini di oggi non assomigliano affatto ai padri autoritari del vecchio immaginario patriarcale. Non incarnano una legge forte, non presidiano un ordine stabile, non trasmettono una figura credibile del limite. Più spesso appaiono disorientati, intermittenti, fragili, a tratti infantilizzati. Non tanto depositari di un potere saldo, quanto abitanti di un vuoto simbolico che non sanno nominare.
È qui che la parola patriarcato comincia a perdere potenza descrittiva. Perché una parte rilevante delle condotte maschili tossiche contemporanee non nasce dalla forza di una struttura paterna ancora integra, ma dalla sua crisi. Non da un eccesso di padre, ma dalla sua assenza. Non da un’autorità troppo presente, ma da un limite mai interiorizzato.
In questo senso, è utile ricordare l’intuizione di Germaine Tillion quando descriveva certe forme di maschilità cresciute dentro un’economia affettiva sbilanciata: uomini allevati più come figli da servire che come adulti da formare. Il riferimento è lontano nel tempo e nel contesto, ma il punto resta illuminante. Il despota domestico contemporaneo, spesso, non è il residuo glorioso di un patriarca. È il prodotto storto di una crescita senza legge, di una dipendenza mal superata, di un desiderio educato a pretendere e non a reggere la frustrazione.
Per questo, continuare a leggere ogni forma di violenza maschile come “ritorno del patriarcato” rischia di confondere cause e sintomi. In molti casi non siamo davanti alla tenuta di un ordine antico, ma alle sue macerie. A uomini che non hanno imparato il limite, non perché siano stati formati da padri troppo forti, ma perché non hanno incontrato alcuna autorevolezza capace di separarli davvero da una posizione infantile.
Qui il problema si fa più scomodo. Perché riconoscere la crisi della figura paterna non significa auspicare il ritorno del padre padrone. Significa vedere che la dissoluzione di un ordine non produce automaticamente libertà adulta. Può produrre anche spaesamento, dipendenza, narcisismo, aggressività senza forma. Può produrre individui che non sanno reggere il rifiuto, la perdita, il conflitto, il limite. E che proprio per questo diventano pericolosi.
Da questo punto di vista, la crisi contemporanea del maschile non si lascia capire se continuiamo a usare una sola parola per tutto. Serve un lessico più preciso. Servono categorie capaci di distinguere tra dominio strutturato e sregolazione affettiva, tra autorità e controllo, tra legge e possesso, tra responsabilità e pretesa.
È anche il motivo per cui interventi come quello di Richard Reeves sulla crisi educativa di ragazzi e uomini risultano oggi più utili di molti slogan consolatori. Non perché offrano una soluzione totale, ma perché spostano il fuoco: mostrano che il problema maschile contemporaneo riguarda anche la mancanza di modelli, la difficoltà di crescere, l’assenza di forme credibili di trasmissione adulta. E questo, piaccia o no, è un problema diverso da quello che siamo abituati a riassumere sotto il nome di patriarcato.
Alla fine, il punto è semplice. Il patriarcato continua a occupare la scena non perché spieghi bene il presente, ma perché lo semplifica abbastanza da renderlo sopportabile. È più facile combattere un mostro antico che nominare il vuoto simbolico in cui viviamo.
In altri articoli di Tra Amore & Potere rifletto su ciò che resta vivo quando l’amore incontra la paura del controllo, e sulla forza che nasce dalla vulnerabilità condivisa.
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