Perché non voto (ma non rinuncio alla democrazia)

C’è una scena di Fantozzi che mi torna spesso in mente quando mi chiedono perché non voto alle elezioni.

Fantozzi è terrorizzato all’idea di sbagliare voto. Non per convinzione politica, ma per paura pura. Così si chiude in casa per una settimana intera: legge ogni giornale, ascolta ogni dibattito, guarda ogni programma televisivo, prende appunti, confronta promesse, slogan, facce, toni di voce. Vuole capire. Vuole scegliere bene. Vuole essere un cittadino responsabile.

Alla fine, ovviamente, è più confuso di prima. Esausto, paralizzato, sovraccarico. La politica, invece di chiarirgli le idee, gliele ha annientate. Non emerge nessuna scelta limpida, nessuna figura credibile, nessuna direzione riconoscibile. Solo rumore. Solo contraddizioni. Solo la sensazione di dover firmare qualcosa senza capirla davvero.

È una scena comica, certo. Ma anche profondamente vera.

Perché Fantozzi non è un disinteressato. È l’opposto: è uno che ci tiene. È uno che prende sul serio il voto. Ed è proprio per questo che va in crisi.

Ogni volta che la rivedo penso che quella scena racconti meglio di mille analisi lo stato della democrazia contemporanea: non l’apatia, ma l’ansia del cittadino medio davanti a una scelta che non sente più come sua. Non l’ignoranza, ma l’eccesso di informazioni prive di orientamento. Non il rifiuto della politica, ma la sua trasformazione in un labirinto senza uscita.

Io, a differenza di Fantozzi, ho smesso di chiudermi in casa una settimana prima delle elezioni.

E ho smesso anche di votare.

Non voto.

Non per disinteresse, ma per troppo interesse.

Non per cinismo, ma per rispetto – verso l’idea di democrazia, che considero ancora una delle più alte conquiste politiche della storia. Proprio per questo faccio fatica a riconoscerla nella sua versione attuale: ridotta a procedura, a rituale periodico, a gesto simbolico che assolve la coscienza ma non produce responsabilità.

Credo nel principio fondante della democrazia: che le regole siano scritte – direttamente o indirettamente – da chi dovrà rispettarle. Ma quel principio, oggi, è stato svuotato da decenni di partitocrazia, semplificazioni ideologiche, marketing politico e competizione permanente per l’attenzione.

Il voto è diventato un atto astratto.

Non scelgo chi mi rappresenta: scelgo chi mi deluderà meno, o chi mi tradirà in modo più prevedibile.

In questo senso, l’astensione non è una fuga, ma una presa d’atto: partecipare a un rito svuotato non lo rende automaticamente più autentico. Anzi, rischia di legittimarlo.

Non è un caso che alcuni studiosi abbiano iniziato a mettere in discussione apertamente il dogma secondo cui “più voto” significhi automaticamente “più democrazia”. Jason Brennan, per esempio, in Against Democracy, sostiene una tesi volutamente provocatoria: in sistemi complessi, il voto di massa non garantisce decisioni migliori, ma spesso incentiva superficialità, polarizzazione e irresponsabilità diffusa.

Non perché le persone siano stupide, ma perché vengono messe nella condizione di decidere senza strumenti reali, senza conseguenze proporzionate, senza possibilità di apprendimento.

Il punto non è essere d’accordo con Brennan.

Il punto è accettare che la domanda sia legittima.

Se il voto non orienta, non seleziona competenze, non costruisce fiducia, non rende visibile il potere – allora cosa stiamo davvero difendendo quando diciamo “bisogna andare a votare”?

Io non ho smesso di credere nella democrazia.

Ho smesso di credere che basti una croce su una scheda per praticarla.

Il problema, allora, non è la democrazia in sé.

È dove e come pretendiamo di esercitarla.

La democrazia non nasce come meccanismo astratto, né come procedura impersonale. Nasce come pratica situata: in contesti ristretti, dove le persone si conoscono, si osservano nel tempo, si giudicano non per ciò che dichiarano di essere ma per ciò che fanno davvero.

In questi contesti non si vota un’ideologia, ma una persona.

Non si delega alla cieca, ma si riconosce una competenza.

Non si sceglie una promessa, ma una responsabilità visibile.

È per questo che molte delle forme di decisione collettiva più efficaci – antiche o informali – non ruotavano attorno al voto, ma al consenso, alla reputazione, alla capacità di mediare i conflitti. David Graeber lo ha mostrato più volte nei suoi lavori antropologici: in molte società, ciò che oggi chiamiamo “democrazia” non coincideva affatto con l’atto di votare, ma con il modo in cui una comunità sapeva limitare il potere, evitare l’arbitrio e riconoscere chi potesse parlare a nome di altri.

Non è nostalgia del passato, né idealizzazione dell’“altrove”.

È una constatazione scomoda: la democrazia smette di funzionare quando perde scala umana.

Quando milioni di individui isolati vengono chiamati a esprimere un’opinione su sistemi che non comprendono, su persone che non conoscono, su decisioni che non vedranno mai ricadere direttamente su chi le prende, il voto smette di essere uno strumento di partecipazione e diventa un gesto simbolico. Una firma emotiva. Un atto identitario.

Alcuni studiosi e divulgatori contemporanei stanno provando a dirlo senza infingimenti. In un TED talk diventato virale, il politologo Ian Shapiro ha mostrato come la qualità delle decisioni democratiche dipenda molto meno dal numero di votanti e molto di più dalla struttura dei contesti decisionali, dalla chiarezza delle responsabilità e dalla possibilità di apprendere dagli errori.

Tradotto: non basta “far votare”.

Serve sapere chi decide cosa, per chi, e con quali conseguenze.

Ecco perché continuo a pensare che la democrazia sia un’idea giusta, ma esercitata nel posto sbagliato. Funziona nelle comunità reali – professionali, locali, cooperative, civiche – dove la leadership emerge, viene messa alla prova, può essere confermata o rimossa senza teatrini.

Quando la spostiamo su scala nazionale senza mediazioni adeguate, la trasformiamo in un’arena di slogan, in una guerra simbolica permanente, in una competizione per la visibilità. E poi ci stupiamo se le persone smettono di crederci.

C’è un paradosso che raramente viene detto ad alta voce, ma che molti intuiscono confusamente.

Forse non è vero che gli elettori scelgono sempre “il meno peggio” per errore.

Forse, in certi casi, scelgono deliberatamente i peggiori.

Figure grottesche, impreparate, contraddittorie. Leader che promettono l’impossibile o che smontano apertamente le regole del gioco. Non perché convincono davvero, ma perché – in modo più o meno consapevole – autorizzano a non prendere sul serio le regole che produrranno.

Se chi governa è ridicolo, allora le leggi possono essere ignorate.

Se il sistema è assurdo, allora nessuno è davvero responsabile.

Se tutto è una farsa, allora anch’io sono assolto.

È una strategia inconfessata, ma potentissima: delegare il potere a chi lo scredita, per sentirsi finalmente liberi da ogni vincolo.

Il sogno, in fondo, è sempre lo stesso: la libertà totale.

Ma basta fermarsi un attimo e fare un esperimento mentale.

Immagina di svegliarti domani in un mondo senza regole. Nessuna.

Né leggi, né codici condivisi, né obblighi reciproci.

Cosa fai?

La risposta è imbarazzante proprio perché è evidente: la libertà assoluta non è praticabile. Non perché siamo cattivi o incapaci, ma perché la libertà esiste solo dentro un sistema di regole riconosciute. Senza, resta solo l’arbitrio. O la legge del più forte.

Il problema, allora, non è liberarsi dalle regole.

È scegliere quali regole valga la pena difendere.

Quali ci rappresentano davvero?

Quali rendono possibile la convivenza, la fiducia, la responsabilità?

Quali producono libertà concreta, non solo retorica?

Questo dovrebbe essere il cuore della politica.

E invece la politica contemporanea si è ridotta a una rissa permanente, a un’arena dove il conflitto serve a nascondere l’assenza di progetto.

Il bipolarismo ideologico – destra/sinistra, progresso/tradizione, popolo/élite – funziona ancora non perché spieghi il mondo, ma perché lo semplifica fino a renderlo digeribile. La competenza diventa sospetta. La complessità un difetto. La coerenza una stranezza.

In questo scenario, il voto rischia di diventare un atto di deresponsabilizzazione collettiva: non scelgo chi governerà meglio, ma chi renderà più evidente il fallimento del sistema.

Non è nichilismo. È stanchezza.

Ed è proprio per questo che ignorarla è pericoloso.

Alcuni filosofi politici contemporanei hanno provato a dirlo in modo diretto: una democrazia che non sa distinguere tra decisioni informate e scelte impulsive, tra responsabilità e sfogo emotivo, finisce per erodere sé stessa dall’interno. Non perché “la gente non capisce”, ma perché le regole del gioco – come ha mostrato Bernard Manin analizzando la trasformazione della democrazia in “democrazia del pubblico” – incentivano il disimpegno, non la maturazione civica.

Se la libertà non può esistere senza regole, allora la vera domanda politica non è “come liberarci dai vincoli”, ma come costruire vincoli che valga la pena rispettare.

Per questo non voto.

Non perché non mi importi, ma perché mi importa troppo per ridurre la responsabilità politica a una crocetta, una volta ogni cinque anni, in un sistema che non premia la competenza, non coltiva il giudizio e non rende nessuno davvero responsabile.

Il problema non è scegliere “il meno peggio”.

Il problema è aver accettato un modello in cui la scelta è sempre tra opzioni già fallimentari, e in cui l’unico gesto politico concesso ai cittadini è delegare, lamentarsi e poi ricominciare da capo.

La democrazia, quando funziona, non è un atto episodico.

È una pratica continua: confronto, selezione, fiducia che si costruisce nel tempo e che può essere ritirata. Funziona dove le persone si conoscono, dove le decisioni hanno conseguenze visibili, dove chi sbaglia paga davvero – in reputazione, non in talk show.

Funziona nelle comunità, non nelle masse astratte.

Funziona quando si sceglie una persona, non un simbolo.

Quando la leadership è riconosciuta, non proclamata.

Quando il potere non è invisibile, ma esposto allo sguardo degli altri.

Non ho rinunciato alla democrazia.

Ho rinunciato all’illusione che votare basti per esserlo.

Se vogliamo smettere di eleggere candidati insignificanti, forse dobbiamo smettere di accettare una politica che ci tratta come tali.

E tornare a fare ciò che la democrazia richiede davvero: partecipare, giudicare, assumersi il peso delle scelte.

Non tutto.

Non sempre.

Ma dove conta davvero.

Se vuoi leggere altre riflessioni più intime e vissute, puoi trovarle in Storie personali & Scelte: momenti in cui la teoria si è fatta vita.

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