Meglio subire una disfatta che ammettere i propri errori

Perché ammettere i propri errori è così difficile, per le persone come per le istituzioni? Perché un errore, quasi mai, viene vissuto solo come un errore. Viene vissuto come una ferita all’immagine di sé, una perdita di controllo, una resa simbolica. E così accade qualcosa di paradossale ma frequentissimo: si sopporta un danno crescente pur di non affrontare il piccolo crollo narcisistico che comporterebbe riconoscere di aver preso la strada sbagliata. Si lascia deteriorare un rapporto, si insiste in una scelta già fallimentare, si prolunga una linea che non regge più. Non per lucidità, e spesso nemmeno per convinzione. Più banalmente, per orgoglio.

Molte disfatte non nascono dall’errore iniziale, ma dal rifiuto di correggerlo. Non perché manchino i segnali, ma perché tornare indietro costa, sul piano simbolico, più che andare avanti. Dire “ho sbagliato” significa esporsi, perdere posizione, incrinare l’idea di sé come persona coerente, forte, nel giusto. È qui che una fragilità privata diventa una dinamica di potere: nelle relazioni logora i legami, nelle istituzioni scarica sugli altri il costo dell’ego, trasformando la paura di perdere faccia in ostinazione, e l’ostinazione in danno.

Dire “ho sbagliato” sembra un gesto semplice, quasi elementare. In realtà, per molte persone, è una delle cose più difficili da fare. Non soltanto perché espone al giudizio altrui, ma perché incrina qualcosa di più profondo: l’immagine che abbiamo di noi stessi. Chiedere scusa o riconoscere un errore non significa solo correggere un fatto; significa ammettere di non essere stati lucidi, giusti, all’altezza della situazione come avremmo voluto credere. È anche per questo che, come osserva Psychology Today, le scuse vengono spesso vissute come una perdita di controllo e una forma di vulnerabilità morale, più che come un semplice atto di sincerità.

Il punto, però, è che questa difesa dell’io ha un prezzo. Più cerchiamo di proteggerci dall’imbarazzo di ammettere un errore, più restiamo intrappolati dentro la necessità di giustificarlo, minimizzarlo, riscriverlo. A quel punto non stiamo più difendendo la verità dei fatti, ma la coerenza della nostra immagine. Ed è qui che l’orgoglio smette di sembrare forza e mostra il suo lato più fragile: perché costringe a perseverare, anche quando dentro di noi sappiamo già che qualcosa si è rotto. Non è l’errore, allora, a indebolirci davvero. È il bisogno di non riconoscerlo.

Nelle relazioni intime questo meccanismo appare in modo ancora più netto. Un legame può reggere una mancanza, una parola sbagliata, perfino una ferita. Quello che regge molto meno è il momento in cui una delle due persone capisce che l’altra preferisce difendere la propria immagine invece di riconoscere il dolore causato. È lì che il problema smette di essere l’errore iniziale e diventa qualcosa di più corrosivo: il rifiuto di esporsi, di assumersi la responsabilità, di entrare davvero nello spazio della riparazione.

Per questo le scuse non contano solo quando arrivano, ma per come arrivano. Come ricorda The Guardian, una scusa efficace non è una formula di cortesia né un modo rapido per chiudere il conflitto: richiede responsabilità, ascolto, empatia, e soprattutto la disponibilità a non spostare il peso sull’altro. Quando manca tutto questo, la richiesta di perdono suona vuota o difensiva, e finisce per peggiorare la frattura invece di curarla.  

In fondo è proprio qui che l’orgoglio mostra il suo volto più distruttivo: non quando esplode, ma quando si traveste da freddezza, autosufficienza o falsa coerenza. Perché in molti rapporti non è il torto a spezzare davvero la fiducia, ma il fatto che chi l’ha commesso non riesca ad attraversare l’umiliazione minima necessaria a riconoscerlo. È la differenza, per usare l’immagine proposta da Julia Galef nel suo TED, tra una mente che difende la propria posizione a ogni costo e una che accetta di vedere la realtà anche quando ferisce l’ego.  

Quello che nelle relazioni appare come chiusura o viltà, nelle istituzioni cambia scala e diventa molto più costoso. Governi, aziende, apparati pubblici, gruppi dirigenti: anche qui il problema non è solo l’errore iniziale, ma l’incapacità di fermarsi prima che diventi una linea da difendere. A un certo punto tornare indietro non viene più vissuto come una correzione razionale, ma come una perdita di prestigio, di autorità, di faccia. Ed è allora che si comincia a chiamare coerenza ciò che, in realtà, è solo paura dell’umiliazione.

Qui il concetto di escalation of commitment è molto utile: come mostra anche un contributo pubblicato da Cambridge, più una decisione è costata, più diventa difficile abbandonarla, anche quando i segnali del fallimento sono ormai evidenti. Non perché manchino dati, avvertimenti o controprove, ma perché ammettere l’errore significherebbe riconoscere pubblicamente di aver trascinato altri dentro una strada sbagliata. Così si insiste, si rilancia, si spostano più risorse, si chiede altro tempo, si produce altro danno. A quel punto la fragilità privata dell’ego si trasforma in costo collettivo: soldi bruciati, credibilità consumata, energie disperse, talvolta vite sacrificate.

È questo il passaggio decisivo. Quando il potere non sa correggersi, non si limita a negare la realtà: la scarica sugli altri. E più si sente esposto, più tende a irrigidirsi. La coerenza diventa una maschera, il principio una giustificazione, la fermezza un nome più nobile per dire ostinazione. Ma un potere che non sa dire “abbiamo sbagliato” non è forte: è soltanto troppo fragile per sopportare la verità.

Riconoscere uno sbaglio non è una resa. È l’unico modo adulto di impedire che un errore diventi una disfatta. Il problema è che, per farlo, bisogna accettare una ferita minima all’ego: dire a se stessi e agli altri che non si era nel giusto, che si è visto male, che si è fatto male. Molti preferiscono evitare questo passaggio, e così trasformano una crepa correggibile in una rovina più ampia.

Vale nei rapporti, dove il diniego logora più dell’errore iniziale. Vale nel potere, dove la paura di perdere faccia viene scaricata sugli altri sotto forma di ostinazione, spreco, danno collettivo. In entrambi i casi, la forza non sta nel non arretrare mai, ma nel capire quando continuare significa solo peggiorare le cose. Chi non sa dire “ho sbagliato” non difende la propria forza: difende soltanto la propria immagine, mentre tutto intorno comincia a crollare.

In altri articoli di Tra Amore & Potere rifletto su ciò che resta vivo quando l’amore incontra la paura del controllo, e sulla forza che nasce dalla vulnerabilità condivisa.

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