Non ho rifiutato l’aiuto reciproco, ma l’idea di lavorare nella cooperazione internazionale dentro un apparato che troppo spesso vive della propria narrazione morale.
Per un certo periodo ho dato quasi per scontato che avrei finito per lavorare nella cooperazione internazionale. Dopo quel percorso di studi, sembrava lo sbocco più naturale: non solo un lavoro possibile, ma il lavoro giusto. Quello che teneva insieme utilità, coerenza, apertura al mondo, persino una certa idea di dignità morale. Non era una fantasia tutta mia. Era l’orizzonte implicito che aleggiava su molti di noi: se avevi studiato certe cose, se ti interessavano certi temi, se volevi “fare qualcosa di buono”, prima o poi dovevi passare da lì.
Il punto è che, col tempo, ho capito che tra il credere in un ideale e voler abitare l’apparato che lo rappresenta c’è una differenza enorme. In un altro articolo avevo già raccontato perché ho smesso di credere fino in fondo nella narrazione della cooperazione internazionale: troppo perfetta per essere vera, troppo protetta moralmente per sopportare domande, troppo incline a confondere aiuto e dipendenza. Lì il centro era la crepa nel mito. Qui il punto è successivo e più concreto: cosa succede quando capisci che non vuoi nemmeno costruire la tua vita professionale dentro quel sistema.
Non è stata una ribellione romantica né una conversione cinica. Non ho smesso di credere nell’aiuto reciproco, né ho iniziato a pensare che solidarietà, responsabilità o cooperazione tra esseri umani siano illusioni da ingenui. Ho capito qualcosa di più scomodo: che un’idea può restare giusta anche quando il mondo professionale che la incarna smette di convincerti. E che, a volte, la scelta più coerente non è entrare nel settore che parla la lingua dei tuoi valori, ma evitare di consegnargli la tua energia, il tuo tempo e la tua identità.
Il fascino del lavoro “giusto”
La forza della cooperazione, almeno all’inizio, non stava solo in ciò che prometteva di fare nel mondo. Stava anche in ciò che permetteva di essere. Non era uno sbocco professionale qualsiasi: era uno di quei lavori che arrivano già moralmente confezionati. Se ci entri, sembri stare dalla parte giusta. Se lo desideri, sembri una persona che non cerca solo uno stipendio o una collocazione, ma anche un senso. Ed è proprio questo uno degli aspetti che per anni l’hanno resa così attraente ai miei occhi: l’idea che lì, più che altrove, fosse possibile tenere insieme competenze, visione internazionale e responsabilità verso gli altri.
Il problema è che i lavori moralmente ben raccontati sono anche i più difficili da guardare con freddezza. Tendiamo a concedere loro un credito preventivo. Pensiamo che basti la bontà dichiarata del fine a garantire la bontà reale del sistema. Ma non funziona così. Col tempo ho iniziato a vedere che nel mondo della cooperazione c’era anche un forte capitale simbolico: non solo si aiutavano persone o territori, ma si produceva una certa immagine di sé, un’identità professionale in cui il valore morale sembrava incorporato nel ruolo. E quando un settore viene percepito in questo modo, criticarlo diventa quasi una colpa di gusto prima ancora che un dissenso razionale.
È qui che per me si è aperta una seconda crepa. Non bastava più chiedersi se l’idea della cooperazione fosse giusta. Bisognava chiedersi se il fatto di lavorare lì producesse davvero ciò che prometteva, oppure se una parte del suo fascino dipendesse proprio dalla distanza tra racconto e risultati. Un vecchio articolo della Stanford Social Innovation Review, lo dice in modo secco: nel sociale le intenzioni e i risultati non coincidono affatto, e limitarsi a obiettivi modesti o riparativi rischia di dare sollievo nel breve periodo senza intaccare le cause profonde dei problemi. È un’osservazione semplice, ma devastante. Perché obbliga a distinguere tra il prestigio morale dell’intervento e la sua efficacia reale.
A un certo punto ho capito che quello che mi attirava da studente e quello che avrei dovuto accettare da professionista non coincidevano più. La cooperazione continuava a sembrarmi, da fuori, uno dei luoghi simbolicamente più nobili in cui approdare. Ma proprio per questo iniziava a inquietarmi: troppo facile sentirsi dalla parte giusta, troppo difficile chiedersi con onestà che cosa quel sistema producesse davvero, oltre alla propria legittimazione.
Quello che mi respingeva davvero
A respingermi, col tempo, non è stata solo l’idea dell’assistenzialismo. Quella era già una crepa importante, ma non bastava ancora a spiegare fino in fondo il mio disagio. Il punto più profondo era un altro: iniziavo a vedere nella cooperazione, e più in generale in una parte del terzo settore, una macchina che non si limitava ad aiutare, ma organizzava, amministrava e in certi casi normalizzava la dipendenza. Non sempre per cattiva fede, anzi. Spesso proprio in nome del bene. Ed è questo che rende la cosa più difficile da criticare.
Più guardavo quel mondo come possibile sbocco professionale, più mi colpiva la distanza tra il lessico e la struttura. Da una parte c’erano parole come empowerment, partecipazione, sviluppo, autonomia. Dall’altra c’erano logiche di progetto, finanziamenti da intercettare, bandi da inseguire, rendicontazioni, organizzazioni costrette anche a riprodurre se stesse. In teoria si dovevano rafforzare comunità e persone. In pratica, molte volte, si finiva per costruire sistemi che avevano bisogno di problemi persistenti, o comunque di fragilità mai davvero sciolte, per continuare a giustificare il proprio ruolo.
È qui che la mia distanza è diventata più netta. Non perché pensassi che tutto fosse falso o inutile, ma perché cominciavo a sospettare che il settore fosse spesso più bravo a gestire il danno che a ridurlo davvero. Questa è anche l’intuizione che torna in molte riflessioni serie sul cosiddetto systems change: se continui a intervenire solo a valle, senza modificare gli assetti che producono vulnerabilità, puoi anche migliorare singole situazioni, ma rischi di lasciare intatto il meccanismo generale. Un altro articolo della SSIR, insiste proprio su questo punto: i problemi complessi non si risolvono sommando interventi frammentari, ma affrontando i sistemi che li generano.
Per me, tradotto in termini molto meno eleganti, significava questo: non volevo lavorare in un ambiente che troppo spesso mi sembrava costruito per rendere sostenibile la fragilità, non per farla arretrare davvero. E soprattutto non volevo abitare professionalmente un linguaggio morale che, proprio perché moralmente protetto, rischiava di rendere invisibile il suo lato più ambiguo. Il problema non era aiutare meno. Il problema era smettere di chiamare cooperazione ciò che, in molti casi, assomigliava più alla gestione professionale della dipendenza.
I limiti del lavorare nella cooperazione internazionale
A quel punto la scelta di non lavorare nella cooperazione ha smesso di sembrarmi una deviazione ed è diventata, lentamente, una forma di coerenza. Non nel senso moralistico del termine, non come gesto puro o superiore. Più banalmente, ho capito che non volevo passare anni a cercare di adattarmi a un settore che mi chiedeva di parlare una lingua in cui non mi riconoscevo più fino in fondo. Il vero problema non era solo ciò che quel mondo faceva o non faceva. Era il tipo di compromesso interiore che mi avrebbe chiesto per restarci dentro senza attrito.
Questo è forse il punto più difficile da spiegare, perché da fuori può sembrare una rinuncia incomprensibile. Hai studiato certe cose, hai investito tempo, hai costruito un immaginario, e poi decidi di non entrare proprio lì dove tutto sembrava portarti. Ma il fatto che una traiettoria appaia coerente sulla carta non significa che lo sia davvero nella vita. Anzi, a volte è proprio quando una strada sembra già legittimata, già raccontata come giusta, che bisogna fermarsi e chiedersi se la si desideri davvero o se la si stia solo ereditando.
In questo senso trovo ancora utile il TED di Bruce Taylor, Better Than Charity. Il punto non è negare il valore dell’aiuto, ma capire che l’assistenza, da sola, non basta e che perfino la beneficenza può diventare una forma di autoassoluzione se non si interroga sul tipo di dipendenza che contribuisce a mantenere. Taylor insiste sull’idea che l’obiettivo non dovrebbe essere sentirsi migliori perché si offre qualcosa, ma costruire condizioni in cui quel bisogno si riduca davvero. È un passaggio che per me conta molto, perché chiarisce una cosa semplice: il problema non è scegliere tra altruismo ed egoismo, ma tra un aiuto che conferma il sistema e un’azione che prova almeno a spostarlo.
Alla fine è questo che ho capito scegliendo di non entrarci: non tutte le professioni moralmente ben raccontate meritano di essere abitate, e non tutti i rifiuti nascono da cinismo o paura. Alcuni nascono dal fatto che, a un certo punto, non vuoi più confondere il bene con l’apparato che pretende di rappresentarlo. Non volevo trasformare una tensione reale verso l’aiuto reciproco in una collocazione professionale dentro un mondo che sentivo sempre più distante. E non perché quell’idea avesse perso valore, ma perché non ero più disposto a lasciarmi definire da una delle sue versioni più celebrate e più protette.
Ripensandoci oggi, non credo di aver rinunciato a una vocazione. Credo piuttosto di aver smesso di scambiare una traiettoria prevista per una necessità interiore. Per anni avevo guardato alla cooperazione come a uno di quei luoghi in cui un percorso di studi, una certa sensibilità e un’idea di giustizia sembravano finalmente allinearsi. Ma proprio quando quella coerenza apparente si è fatta più concreta, ho capito che non bastava condividere un ideale per voler vivere dentro l’apparato che lo amministra.
Non ho smesso di credere nell’aiuto reciproco. Non ho iniziato a pensare che solidarietà, responsabilità o cooperazione tra esseri umani siano illusioni infantili. Ho smesso di credere che quel settore, almeno per come spesso funziona davvero, fosse il posto giusto in cui affidare a quelle idee la mia vita professionale. E forse è questa la distinzione che conta: un valore può restare intatto anche quando la sua forma istituzionale smette di convincerti.
Se torno con la mente a quel periodo in cui tutto sembrava portarmi lì, non provo disprezzo né imbarazzo. Vedo piuttosto una chiarezza che allora non avevo ancora. A volte non si tradisce un’idea abbandonandone il mestiere. A volte la si salva proprio così.
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