Perché ho smesso di credere nella cooperazione internazionale

Ci sono idee che ti vengono consegnate già perfette, lucidate, pronte da indossare. All’università, la cooperazione internazionale era una di quelle. Ci veniva presentata come una strada morale, inevitabile per “chi voleva fare la differenza”: lavorare con le ONG, dedicarsi al volontariato, “aiutare chi ha meno”.

La narrativa era semplice, pulita, rassicurante. La cooperazione stava dalla parte giusta della storia: chi la metteva in discussione sembrava automaticamente cinico, immaturo o privo di empatia. La promessa era seducente: non solo avresti fatto qualcosa di buono per gli altri, ma saresti diventato anche una persona migliore. Un doppio capitale – morale e identitario – difficile da rifiutare a vent’anni.

Eppure, già allora, qualcosa non mi tornava. C’era una stonatura impercettibile: un racconto troppo perfetto per appartenere alla realtà, troppo incline a dividere il mondo in chi aiuta e chi è aiutato. Mi chiedevo quale fosse il costo invisibile di quella narrazione.

Non lo dicevo a nessuno. Bastava accennare un dubbio per vedere negli occhi dei colleghi un’ombra di fastidio, come se avessi profanato una fede. La cooperazione non si discuteva: si celebrava.

Così, invece di parlarne, osservavo. Guardavo il modo in cui venivano usati certi linguaggi, certi slogan, certi rituali accademici. Notavo come l’immagine di “essere utili” sembrasse più importante del risultato concreto. Era una crepa minuscola, ma per me segnava l’inizio.

Col tempo impari a riconoscere quando un’idea è troppo perfetta per essere vera: non perché sia falsa, ma perché non sopporta domande. È lì che ho iniziato a capire che, forse, dietro la retorica dell’aiuto c’era un’ombra che non avevamo il coraggio di guardare.

Un anno dopo la laurea incontrai per caso una ex collega di corso. Era appena rientrata da un progetto in Asia con un’organizzazione locale: sulla carta, un’esperienza formativa. Ma il suo volto diceva tutt’altro.

Mi raccontò che i soldi raccolti in Italia non arrivavano dove dovevano. Che quel progetto non liberava nessuno: creava dipendenza dagli aiuti, alimentava il bisogno invece di ridurlo. Quel programma, nato per sostenere minori in difficoltà, sembrava più una vetrina per attirare fondi e volontari che un intervento reale. Non era un aiuto che libera, ma un aiuto che mantiene legati.

Le dissi che forse era capitata nel posto sbagliato. Cercai di darle una prospettiva, non di sottrargliela. Qualche giorno dopo mi scrisse: mi inviava un articolo su un’inchiesta che denunciava orfanotrofi usati come richiamo per fondi internazionali. Aggiungeva una frase che mi colpì più dell’articolo stesso: “Se non fosse accaduto qualcosa di troppo grave per essere ignorato, nessuno avrebbe indagato.”

Non era la realtà ad essere cambiata, ma lo sguardo: serve l’eccezione scioccante perché la normalità venga perfino messa in discussione.

Da quell’episodio ho iniziato a guardare oltre le storie edificanti dell’università. Se volevo capire, dovevo smontare il mito e osservare la struttura.

La prima crepa vera è arrivata lì: molto di ciò che chiamiamo cooperazione non è cooperazione: è assistenzialismo, un modello che tampona ma non trasforma.

La cooperazione – quella vera – dovrebbe creare autonomia, competenze, possibilità di fare a meno dell’aiuto. È una differenza semplice, ma cambia tutto se la guardi senza paura.
Un aiuto allo sviluppo dovrebbe creare autonomia, competenze, possibilità di fare a meno dell’intervento stesso.

Con il tempo mi sono reso conto che il problema non era la cattiva fede delle persone: quasi tutti credono sinceramente di fare la cosa giusta. Il punto è che il sistema è costruito per continuare a esistere, non per risolversi.

Se un progetto funzionasse davvero, dovrebbe chiudere. Ma chi è pronto a chiudere un progetto che porta fondi, visibilità e posti di lavoro? Così tanti interventi sono pensati per durare, non per finire. Il bene, lì dentro, non viene mai messo in discussione: solo misurato, fotografato, raccontato.

E poi c’è l’aspetto più sottile: la costruzione dell’identità morale di chi aiuta. Quando la bontà diventa un asset, si difende la narrazione prima della realtà.

Su questo tema esiste un intervento illuminante: il TED di Ernesto Sirolli, “Want to help someone? Shut up and listen!”, che racconta proprio come molti progetti falliscano perché chi aiuta non ascolta chi dovrebbe essere aiutato.

A quel punto la disillusione non riguardava più un singolo progetto, ma il modello stesso. Non era l’aiuto in sé a essere sbagliato, ma la forma che aveva preso. Un aiuto che crea dipendenza o chiede riconoscenza non è cooperazione: è messa in scena dell’aiuto.

Se l’obiettivo è rendere qualcuno più libero di prima, l’unico aiuto che ha senso è quello che ti rende superfluo.

Iniziai a guardare verso modelli più piccoli e meno celebrati, ma più coerenti: microcredito autentico, formazione professionale, iniziative con una data di scadenza. Quelle esperienze avevano qualcosa che nel mondo accademico della cooperazione raramente vedevo: la volontà di scomparire.

Arrivai così a un bivio personale. Potevo costruire una carriera “buona”, o accettare che quel modello non mi apparteneva. Scelsi la seconda strada.

Decisi che, se un giorno avessi messo energia in qualcosa, sarebbe stato in un progetto capace di generare autonomia – idee, strumenti o percorsi che permettano alle persone di non aver bisogno di me. È ciò che cerco, in modi diversi, nella mia scrittura e nei progetti che costruisco oggi.

Non è eroismo: è coerenza. Preferisco mettere energia in qualcosa che possa camminare da solo, anche se nessuno mi applaudirà, piuttosto che restare in un sistema che ha bisogno di persone fragili per sentirsi forte.

Non ho smesso di credere nella cooperazione internazionale perché “non funziona”, ma perché non sopporta domande.

La verità è che non basta aiutare: conta come lo si fa e quale libertà resta dopo.

Forse la domanda giusta non è quanta cooperazione facciamo, ma quanta autonomia lasciamo dietro di noi.

Il resto è solo buona coscienza in cerca di conferme.

Se vuoi leggere altre riflessioni più intime e vissute, puoi trovarle in Storie personali & Scelte: momenti in cui la teoria si è fatta vita.

Ti ha parlato questo articolo?

Ogni sabato mattina invio un pensiero che non trovi altrove.

Con l’iscrizione accetti la privacy policy.

Rispondi

Scopri di più da Ognuno è Entrambi

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere