Non sempre ridiamo perché qualcosa è divertente: la funzione sociale della risata è anche farci appartenere a un gruppo.
Da bambino mi capitava spesso di guardare i comici in televisione insieme agli altri. Sentivo partire la battuta, poi la pausa, poi le risate. Tutti sembravano sapere esattamente cosa fare. Io no. Restavo fermo, un po’ imbarazzato, con la sensazione che mi mancasse qualcosa. Solo molto tempo dopo avrei capito che non era solo umorismo: era la funzione sociale della risata.
Non era solo questione di gusti. C’erano scene che agli altri sembravano irresistibili e a me facevano quasi tristezza: qualcuno che si umiliava, una smorfia ripetuta, una caduta, una parola sbagliata, un personaggio ridotto alla sua caricatura. Non mi sentivo superiore. Mi sentivo fuori tempo, come se la risata fosse già prevista prima ancora della battuta.
Anni dopo, leggendo dei Romani della Repubblica, ho scoperto che anche loro guardavano il riso con sospetto. Perdevano la gravitas, dicevano: la misura, la dignità, il controllo di sé. Lì, per la prima volta, mi sono sentito meno strano. Non perché avessero ragione su tutto, ma perché avevano intuito una cosa che noi abbiamo quasi dimenticato: ridere non è mai solo ridere.
La risata può liberare, certo. Può sciogliere una tensione, rompere un’autorità, restituire aria a una situazione troppo rigida. Ma proprio perché ha questa forza, può diventare anche il contrario: un piccolo rito di appartenenza, un gesto con cui il gruppo si riconosce, si rassicura e punisce chi resta serio. Non sempre ridiamo perché qualcosa ci diverte. A volte ridiamo perché in quel momento ridere significa dimostrare di essere dalla parte giusta.
La funzione sociale della risata
Quella sensazione, crescendo, non è sparita. L’ho ritrovata in situazioni ordinarie: una cena, un gruppo di amici, una battuta mediocre detta dalla persona giusta. In quei momenti capisci che ridere non è sempre una risposta a qualcosa di divertente. A volte è il modo più rapido per dire: sono qui, ho capito il codice, non sono contro di voi.
La risata funziona spesso così: come un segnale di appartenenza. Una frase può essere debole, ma se cade nel momento giusto, davanti al pubblico giusto, produce comunque una risposta. Si sorride per educazione, si ride per complicità, si finge divertimento per non rompere il ritmo del gruppo.
Sophie Scott, neuroscienziata che ha dedicato un TED alla risata, insiste proprio su questo punto: ridere non è soltanto una reazione al comico, ma un comportamento sociale. Ridiamo per comunicare vicinanza, accordo, disponibilità, appartenenza. Non sempre ridiamo perché qualcosa ci fa davvero ridere; spesso ridiamo perché qualcuno è lì con noi e quella risata serve a tenere insieme la situazione.
È per questo che il silenzio pesa. Se tutti ridono e tu resti serio, non sembri semplicemente una persona non divertita. Sembri uno che si sottrae. Uno che giudica. Uno che non partecipa. Il gruppo può tollerare molti difetti, ma fatica a tollerare chi non conferma il clima emotivo che si è creato.
Henri Bergson, nel suo saggio Il riso, aveva intuito qualcosa di simile: il riso non appartiene solo all’individuo, ma alla società. Serve anche a correggere, a riportare dentro una forma, a punire simbolicamente ciò che appare rigido, fuori posto, inadatto al movimento comune. La risata, in questo senso, non è sempre dolce. Può essere un colpetto di gomito del gruppo contro chi devia.
E forse è questo che da bambino mi disturbava. Non il fatto che gli altri ridessero, ma la precisione con cui sembravano sapere quando farlo. La risata arrivava come un applauso, come una risposta prevista, come una piccola prova superata insieme. Chi rideva entrava nel cerchio. Chi non rideva restava appena fuori.
Da qui nasce il lato meno innocente della comicità: non quando ci fa respirare, ma quando ci insegna a respirare allo stesso ritmo degli altri.
Il comico decide di chi possiamo ridere
Nel cabaret questa dinamica diventa visibile, quasi fisica. Le luci si abbassano, il comico entra, il pubblico sa già cosa deve aspettarsi. Non necessariamente il contenuto della battuta, ma il suo ritmo: l’attesa, la pausa, l’intonazione che prepara la risata. Prima ancora di capire se qualcosa sia davvero divertente, la sala ha già imparato quando reagire.
È qui che la comicità smette di essere solo intrattenimento e diventa rito. Il comico non produce soltanto battute: per qualche minuto stabilisce di chi, o di che cosa, possiamo ridere senza sentirci crudeli. Una categoria, un tipo umano, un politico, una coppia, una donna, un uomo, un accento, una debolezza. Il bersaglio viene portato al centro, deformato, semplificato, reso disponibile alla risata comune.
Non è detto che questo sia sempre sbagliato. A volte serve. Ridere di qualcosa può ridimensionarla, togliere potere alla paura, rompere una serietà artificiale. Il problema nasce quando la risata non apre uno spazio di libertà, ma chiude il gruppo intorno allo stesso bersaglio.
In quel momento non ridiamo più soltanto perché una battuta funziona. Ridiamo perché qualcuno ci ha autorizzati a farlo. Il comico diventa una figura di mediazione: prende su di sé il rischio della derisione e lo trasforma in un gesto condiviso. Chi ride si sente alleggerito, perché non è solo. La crudeltà, quando viene distribuita tra molti, sembra quasi innocente.
Per questo certe risate lasciano un retrogusto strano. Non perché siano necessariamente cattive, ma perché somigliano troppo a una piccola assoluzione collettiva. Ci permettono di dire: non sono io che sto deridendo, stiamo solo scherzando. E quella formula, “stiamo solo scherzando”, è spesso il punto esatto in cui la comicità diventa una zona franca.
Il cabaret, allora, non è soltanto il luogo in cui si ride. È il luogo in cui il gruppo prova se stesso: capisce quali bersagli condivide, quali limiti può oltrepassare, quali forme di disprezzo può permettersi senza chiamarle per nome. La battuta passa, la risata resta, e con essa resta anche una domanda scomoda: quanto di ciò che chiamiamo leggerezza è solo obbedienza travestita da spontaneità?
Quando il buffone non disturba più il potere
A questo punto il passaggio politico diventa quasi naturale. Se la risata crea appartenenza, se stabilisce chi è dentro e chi è fuori, allora il potere prima o poi impara a usarla. Non per forza censurandola. Molto più spesso imitandola, assorbendola, trasformandola in linguaggio ordinario.
Il buffone di corte viveva dentro questa ambiguità: stava vicino al potere, lo intratteneva, poteva perfino prenderlo in giro, ma sempre entro una libertà concessa. Non era fuori dal sistema: ne era una valvola interna. Poteva dire qualcosa che altri non potevano dire, ma proprio perché il suo ruolo era previsto, circoscritto, tollerato.
Oggi il passaggio ulteriore è che quella funzione non resta più ai margini. La comicità non serve solo a disturbare il potere o ad alleggerirlo: diventa uno dei suoi linguaggi ordinari. Il politico deve saper intrattenere, il leader deve produrre battute, il comunicatore deve trasformare ogni conflitto in una scena riconoscibile. Non basta più avere un’idea: bisogna saperla rendere memorabile, tagliabile, condivisibile.
Il problema non è che la politica faccia ridere. A volte l’ironia è necessaria, perché smonta la retorica e impedisce al potere di prendersi troppo sul serio. Il problema nasce quando la risata sostituisce il giudizio. Quando una battuta vale più di un argomento, una smorfia più di una posizione, un tormentone più di una responsabilità.
In quel momento non ridiamo più del potere. Ridiamo con il potere. E ridere con il potere è molto diverso: significa partecipare alla sua atmosfera, riconoscerne i codici, sentirsi parte del pubblico giusto. La comicità non apre una distanza critica; la riempie di complicità.
Forse è anche per questo che molti personaggi pubblici sembrano ormai metà leader e metà intrattenitori. Devono indignare, alleggerire, umiliare l’avversario, rassicurare i propri, produrre una frase pronta per circolare. La risata diventa una forma di consenso rapido: non chiede di pensare, chiede di reagire insieme.
E così il buffone non sta più ai piedi del trono. A volte parla dal trono stesso.
Ripenso spesso a quel bambino davanti alla televisione, fermo mentre gli altri ridevano. Per anni l’ho interpretato come un limite: poca leggerezza, poca elasticità, forse un carattere troppo serio. Oggi non ne sono più così sicuro.
Forse non mi mancava il senso dell’umorismo. Mi disturbava il momento in cui la risata smetteva di nascere da qualcosa e diventava una risposta attesa. Il punto non era non voler ridere. Era non voler ridere a comando.
Questo non significa difendere la serietà come virtù. La serietà, quando si irrigidisce, diventa insopportabile quanto la comicità obbligatoria. Il riso migliore resta una forma di libertà: apre, spiazza, scioglie, mette in crisi le pose. Ma proprio per questo va distinto dalla risata che serve solo a confermare il gruppo.
La differenza è sottile, ma decisiva. Una risata libera ci fa vedere meglio. Una risata obbediente ci fa appartenere senza capire.
Forse il problema non sono i comici, né il pubblico, né il bisogno umano di ridere. Il problema nasce quando non sappiamo più riconoscere il momento in cui stiamo ridendo davvero e quello in cui stiamo soltanto rispondendo a un segnale.
Da bambino restavo zitto perché non capivo. O forse, senza saperlo, avevo capito fin troppo.
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