Perché essere stato uno sfigato mi ha reso più libero

Ricordo bene cosa significava entrare in un posto e capire, nel giro di pochi secondi, quale fosse la gerarchia. Bastava poco: il modo in cui ti guardavano, il tipo di battuta che si potevano permettere con te, la facilità con cui venivi collocato in una categoria. C’erano quelli giusti, quelli da seguire, quelli da desiderare. E poi c’erano gli altri. Io, per una parte della mia adolescenza, ho saputo molto bene che cosa significa sentirsi esclusi.

Non lo dico per rivendicare una sofferenza speciale, né per costruirmi a posteriori una piccola mitologia personale. Lo dico perché quella posizione marginale mi ha insegnato qualcosa che oggi vedo con più chiarezza di allora: essere in basso nella classifica sociale, quando sei giovane, fa male, ma ti costringe anche a capire prima degli altri quanto quella classifica sia artificiale. Ti toglie delle illusioni. E a volte, proprio per questo, ti rende più libero.

Negli anni Novanta e nei primi Duemila il modello dominante era molto più rigido di oggi. La televisione, la pubblicità, i videoclip, perfino il linguaggio quotidiano, spingevano tutti nella stessa direzione: contavano la presenza, la sicurezza, la conformità a un’idea di bellezza e successo molto più stretta di quella attuale. Non c’era ancora l’ossessione contemporanea per la rappresentazione di ogni differenza. C’era piuttosto un ordine implicito, ma fortissimo, che decideva chi fosse desiderabile, chi fosse credibile, chi avesse diritto di stare al centro della scena.

In quel mondo, essere goffo, magro, fuori moda, impacciato o semplicemente poco allineato non era una sfumatura identitaria. Era uno svantaggio reale. Non sempre drammatico, ma concreto. Significava essere guardato meno, scelto meno, ascoltato meno. Significava capire molto presto che il prestigio sociale non veniva distribuito in base al valore, ma in base alla capacità di aderire a un codice.

Non era solo una sensazione generazionale: anche molta ricerca sui modelli mediali idealizzati ha mostrato quanto l’esposizione a immagini di bellezza dominante possa incidere sull’insoddisfazione corporea.

A distanza di anni, però, mi rendo conto che proprio quella distanza dal centro mi ha dato un punto di osservazione privilegiato. Quando non sei impegnato a difendere una posizione, inizi a vedere meglio il meccanismo. Ti accorgi che quelli apparentemente più forti vivono spesso in una tensione continua: devono confermarsi, restare all’altezza, non perdere quota, non scivolare fuori dal ruolo che li protegge. Da fuori, quel mondo sembrava compatto. Guardandolo meglio, era già pieno di ansia.

Le gerarchie tra adolescenti, del resto, non sono mai solo immaginarie: producono conformismo, esclusione e aggressività proprio perché lo status viene vissuto come una risorsa da difendere.

Essere tra gli esclusi aveva almeno un vantaggio: cadevano prima molte finzioni. Tra chi non aveva nulla da difendere, il bisogno di recitare si riduceva. Non per nobiltà morale, ma per mancanza di convenienza. Quando sei già stato collocato in basso, l’ossessione di sembrare impeccabile perde parte della sua presa. Rimangono l’ironia, l’autoironia, una forma di realismo quasi obbligata. E, se sei fortunato, nasce anche una certa capacità di leggere i rapporti umani senza idealizzarli.

Il punto non è che gli “sfigati” sarebbero più autentici per definizione. Sarebbe una sciocchezza romantica, solo rovesciata. Il punto è un altro: chi cresce lontano dal centro della desiderabilità sociale impara più in fretta che i ruoli collettivi sono fragili, reversibili, spesso ridicoli. E questa scoperta, se non ti distrugge, ti forma.

Poi naturalmente le cose cambiano. Cresci, il corpo cambia, la presenza cambia, lo sguardo degli altri cambia. Capita perfino di attraversare quella linea invisibile e ritrovarsi improvvisamente meglio considerati da persone che prima ti liquidavano in pochi secondi. È un’esperienza istruttiva, ma non nel senso più gratificante del termine. Ti fa capire quanto spesso il giudizio sociale non sia profondo, né stabile, né davvero legato a ciò che sei. Cambiano alcuni segni esterni, e cambia il trattamento che ricevi. Non è una rivelazione piacevole. Ma è una rivelazione.

Nel frattempo è cambiata anche la società. O almeno il suo linguaggio. Oggi il vecchio schema non è scomparso: si è sofisticato. Il marketing ha capito che l’uniformità perfetta non funziona più come prima, e allora ha iniziato a valorizzare l’imperfezione, la diversità, l’asimmetria, la fragilità esibita. Il messaggio non è più: guarda quanto siamo irraggiungibili. Il messaggio è: guarda, dentro il nostro mondo c’è posto anche per te.

A prima vista sembra un progresso netto, e in parte lo è. Alcuni codici estetici si sono allargati davvero. Alcune esclusioni sono diventate meno brutali. Ma fermarsi qui sarebbe ingenuo. Quella che oggi chiamiamo inclusione, molto spesso, non è una rottura del meccanismo precedente: è la sua evoluzione commerciale. Il sistema non ha smesso di classificare; ha semplicemente ampliato il catalogo delle identità vendibili.

Un tempo si premiava quasi solo il bello classico, il vincente pulito, il modello aspirazionale rigido. Oggi si premia più facilmente anche il disallineato, l’eccentrico, il non conforme. Ma solo a una condizione: che quella differenza sia leggibile, narrabile, monetizzabile. La società dei consumi non abolisce le etichette. Le moltiplica. E poi le mette a scaffale.

È per questo che diffido un po’ della retorica contemporanea sulla valorizzazione di tutti. Non perché preferisca il vecchio mondo, che era spesso più crudele e più stupido. Ma perché vedo quanto di quella presunta apertura sia in realtà una nuova forma di gestione delle differenze. Non ti dicono più soltanto come dovresti essere. Ti dicono che qualunque tua particolarità può essere accolta – purché entri bene in una narrazione, in una nicchia, in un linguaggio già pronto.

Anche la letteratura recente sui social e la body image mostra che gli standard non sono spariti: si sono fatti più mobili, più ambigui e spesso più difficili da riconoscere.

In questo senso, aver conosciuto entrambi i mondi mi ha lasciato una diffidenza utile. Ho visto il modello antico, che escludeva in modo frontale. E vedo il modello nuovo, che include molto di più, ma spesso secondo logiche di mercato. Nessuno dei due mi convince fino in fondo. Il primo era più brutale. Il secondo è più furbo. Ma entrambi, a modo loro, chiedono di riconoscerti in un copione.

Forse è per questo che oggi non riesco a prendere troppo sul serio né i “fighi” di ieri né gli “imperfetti di tendenza” di oggi. So quanto siano mobili questi ruoli. So quanto poco dicano, da soli, sulla sostanza di una persona. E so anche che una parte della libertà nasce proprio quando smetti di desiderare con troppa intensità di essere riconosciuto dal gruppo giusto.

Essere stato uno sfigato non mi ha reso migliore. Mi ha reso più disincantato. Mi ha insegnato che il centro sociale cambia continuamente forma, ma conserva quasi sempre la stessa funzione: distribuire approvazione, creare imitazione, far credere che esista un modo giusto di stare al mondo. Esserne rimasto fuori, almeno per un tratto, mi ha dato un vantaggio che allora non potevo capire: mi ha costretto a costruirmi senza appoggiarmi troppo a quel giudizio.

Ripensandoci oggi, la scena iniziale non mi pesa più come allora. Quel ragazzo che entrava in un posto e capiva subito di non appartenere ai vincenti del momento non era ancora forte, ma stava imparando qualcosa che molti scoprono molto più tardi: le gerarchie sociali cambiano in fretta, e quasi mai meritano la devozione che pretendono.

Se vuoi leggere altre riflessioni più intime e vissute, puoi trovarle in Storie personali & Scelte: momenti in cui la teoria si è fatta vita.

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