Tra colpa, rieducazione e desiderio svuotato, il maschile contemporaneo viene spesso accettato solo quando rinuncia a disturbare davvero.
Che tipo di uomo è oggi considerato accettabile?
E soprattutto: cosa deve sacrificare per esserlo?
La crisi della mascolinità non riguarda solo uomini smarriti, ruoli in trasformazione o vecchi modelli che non reggono più. Riguarda anche una domanda più scomoda: a quali condizioni il maschile viene ancora ammesso nello spazio pubblico e relazionale?
Non basta più non essere violento, arrogante o dominante. Al maschio contemporaneo viene spesso richiesto qualcosa di più sottile: rinunciare a disturbare, farsi discreto, dichiararsi colpevole, ridurre la propria presenza simbolica. Essere ammesso, ma non centrale. Tollerato, ma solo a certe condizioni.
Questa dinamica non nasce oggi. Ed è qui che un testo del 1967, grottesco e apparentemente improponibile, smette di sembrare solo una provocazione.
Nel SCUM Manifesto di Valerie Solanas, la distruzione dell’uomo è dichiarata senza metafore. Ma accanto allo sterminio, Solanas introduce una figura meno citata e più inquietante: gli uomini dell’Ausiliare Maschile. Maschi ammessi a esistere solo se collaborano alla propria cancellazione, se si rendono inoffensivi, ridicoli, colpevoli.
All’epoca era satira estrema, performance, delirio. Oggi, riletta fuori dal contesto militante, quella figura suona come una profezia culturale involontaria. Non perché il mondo stia applicando SCUM come progetto politico, ma perché una parte dell’immaginario contemporaneo sembra aver reso normale ciò che allora era pensato come caricatura: un maschile accettabile solo se rinuncia a sé stesso.
Questo articolo non difende SCUM né lo attacca. Lo usa come lente. Perché quando una provocazione smette di sembrare assurda, il problema non è il testo: è il mondo che gli è cresciuto intorno.
Gli uomini dell’Ausiliare Maschile
Nel SCUM Manifesto, Valerie Solanas distingue tra uomini da eliminare e uomini da tollerare. I secondi sono gli appartenenti all’Ausiliare Maschile: maschi che non rappresentano più una minaccia perché hanno rinunciato a ogni pretesa di autonomia simbolica. Non guidano, non desiderano, non competono. Collaborano. Sono ammessi solo nella misura in cui accettano di essere marginali, utili, subordinati a un progetto che li supera e li nega allo stesso tempo.
Solanas li descrive come figure grottesche, ridicole, pronte a dichiararsi colpevoli pur di ottenere una temporanea sospensione dell’esclusione. L’uomo dell’Ausiliare Maschile non viene rieducato per essere migliore: viene svuotato per essere innocuo. Non deve trasformarsi, ma dimettersi. La sua funzione non è partecipare, ma assistere. Non è un soggetto politico, ma un residuo amministrabile.
In questo senso, l’Ausiliare Maschile non rappresenta un’alternativa allo sterminio, ma una sua variante più sottile. L’uomo non viene eliminato fisicamente, ma neutralizzato simbolicamente. Gli è concesso di restare solo se accetta di non contare. Non è la fine del maschio, ma la sua sopravvivenza condizionata: una presenza concessa, non riconosciuta.
All’epoca, questa figura doveva risultare assurda, persino comica. Era pensata per scandalizzare, per portare all’estremo la logica della denuncia. Ma è proprio questa estremizzazione a renderla oggi interessante. Perché quando una caricatura smette di apparire irrealistica, vale la pena chiedersi quali parti della realtà abbiano iniziato ad assomigliarle.
Il maschio accettabile: colpa, rieducazione, innocuità
Nel presente culturale, la figura dell’Ausiliare Maschile non appare più come una caricatura estrema, ma come un modello implicito di accettabilità. L’uomo non viene espulso in quanto tale: viene ammesso a condizioni. Deve mostrarsi consapevole, pentito, deferente. Deve riconoscere pubblicamente la propria colpa strutturale e dichiararsi disposto a farsi correggere. Non è richiesta una trasformazione reale, ma una postura simbolica.
Questa dinamica si manifesta soprattutto attraverso il rito dell’autocolpevolizzazione pubblica. Attori, scrittori, registi, intellettuali raccontano la propria “presa di coscienza”: confessano di essere stati maschilisti, tossici, patriarcali; ringraziano per essere stati messi in discussione; promettono ascolto e rieducazione. A volte è sincero. Ma nel complesso ricorda i rituali di autodenuncia descritti da Solanas: spazi in cui l’uomo ottiene legittimità solo ammettendo la propria colpa, riducendosi simbolicamente pur di restare incluso.
Non è un fenomeno marginale. È diventato un linguaggio condiviso, una grammatica morale riconoscibile. Tanto che riflessioni sulla shame culture e sulla confessione pubblica come dispositivo di legittimazione culturale – come quelle apparse su The Atlantic – mostrano come l’ammissione di colpa non funzioni più come strumento di cambiamento, ma come segnale di conformità. Non si chiede di essere migliori, ma di essere allineati.
In questo quadro, l’uomo accettabile è quello che non disturba. Non quello che regge il conflitto, ma quello che si ritrae. Non quello che assume responsabilità, ma quello che le sospende in attesa di approvazione. La mascolinità non viene superata, ma messa in quarantena. Deve diventare mite, educata, autocritica fino all’inerzia. Qualunque forma di presenza solida rischia di essere letta come resistenza, qualunque affermazione come minaccia.
È qui che la logica dell’Ausiliare Maschile smette di sembrare letteraria. L’uomo non viene eliminato, ma amministrato. Non è chiamato a partecipare come soggetto pieno, ma a restare in scena come figura secondaria, controllata, rassicurante. La sua accettabilità non dipende da ciò che costruisce, ma da quanto bene dimostra di aver rinunciato a sé stesso.
La crisi della mascolinità come forma di accettabilità
Non è solo una questione di ruoli o di rappresentazioni simboliche. È una questione di corpo. Nel SCUM Manifesto la sessualità maschile non è descritta come potenza o dominio, ma come meccanismo esausto, ripetitivo, quasi automatico. L’uomo finale immaginato da Solanas è un soggetto che non desidera davvero: consuma stimoli, reagisce a impulsi, si lascia condurre. La pornografia, nel Manifesto, non eccita: svuota. L’uomo si lascia condurre come i topi dal pifferaio magico verso una sessualità simulata, solitaria, assistita.
Riletto oggi, questo passaggio suona meno grottesco di quanto dovrebbe. Il maschio contemporaneo appare spesso come una figura inermi, inchiodata a una sessualità mediata, solitaria, assistita. Il desiderio non nasce più da un incontro, ma da una sequenza infinita di immagini che promettono eccitazione e producono assuefazione. Non è repressione: è saturazione.
Questa trasformazione viene spesso riassunta sotto l’etichetta di crisi della mascolinità, ma ridurla a una patologia individuale o a una reazione difensiva significa non coglierne la natura culturale: non è una ribellione, bensì una forma di adattamento silenzioso.
Diversi osservatori culturali hanno notato come questa dinamica non generi trasgressione, ma apatia. Il corpo maschile non viene disciplinato attraverso il divieto, bensì svuotato per eccesso di offerta. In questo senso, l’uomo non è più pericoloso: è prevedibile. Non minaccia l’ordine simbolico perché ne è già un prodotto. Una riflessione apparsa su The Guardian ha descritto la pornografia online come un ambiente che non libera il desiderio, ma lo rende ripetitivo, povero di immaginazione, sempre meno capace di tradursi in relazione reale.
Qui il parallelo con Solanas diventa inquietante. L’uomo che lei immaginava come ausiliario non è semplicemente sottomesso: è sessualmente disattivato, ridotto a spettatore della propria pulsione. Un soggetto che non agisce, ma reagisce. Che non sceglie, ma scorre. Che non rischia il rifiuto, perché non cerca più davvero l’altro.
Questa condizione non viene vissuta come una perdita, ma come una normalità. Ed è proprio questo il punto. Quando il desiderio viene completamente esternalizzato, quando l’eccitazione è sempre disponibile e mai in gioco, il corpo smette di essere un luogo di esperienza e diventa un terminale. Non serve più reprimere il maschio: basta tenerlo occupato.
Su questo tema, una delle analisi più lucide – al di là delle semplificazioni moralistiche – resta il TEDx di Gary Wilson, The Great Porn Experiment, che mostra come la sovrastimolazione non produca libertà, ma una forma di dipendenza silenziosa, capace di erodere attenzione, desiderio e iniziativa senza bisogno di alcuna censura.
In questo scenario, l’uomo “accettabile” non è quello che desidera troppo, ma quello che non desidera abbastanza. Non fa paura perché non eccede. Non disturba perché è spento. Ed è difficile non riconoscere, in questa figura, uno dei volti più riusciti dell’Ausiliare Maschile immaginato da Solanas: non sterminato, ma reso innocuo.
Il SCUM Manifesto viene ancora trattato come un eccesso, una provocazione isterica, un oggetto da museo ideologico. Ed è giusto ricordarne la violenza e l’irricevibilità. Ma forse oggi il suo interesse non sta in ciò che proponeva, bensì in ciò che ha finito per intercettare senza volerlo.
L’Ausiliare Maschile non è l’uomo eliminato, ma l’uomo reso compatibile. Accettabile solo se si ritrae, se si spiega, se si corregge prima ancora di essere chiamato in causa. Non un nemico, ma una presenza addomesticata. Non una figura da affrontare, ma da gestire.
Il punto non è stabilire se questa trasformazione sia giusta o sbagliata. Il punto è riconoscerla. Perché quando il maschile viene tollerato solo nella forma dell’autocolpevolizzazione o dell’irrilevanza, non siamo davanti a una liberazione, ma a una ridefinizione silenziosa del potere relazionale.
Forse è per questo che SCUM oggi non scandalizza più come dovrebbe. Non perché sia diventato condivisibile, ma perché parte dell’immaginario che lo rendeva assurdo ha smesso di sembrarlo.
E quando una caricatura smette di apparire impossibile, non è mai solo colpa di chi l’ha disegnata.
In altri articoli di Tra Amore & Potere rifletto su ciò che resta vivo quando l’amore incontra la paura del controllo, e sulla forza che nasce dalla vulnerabilità condivisa.
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