Una figura solitaria attraversa una sala luminosa dalle alte finestre, in tonalità calde e spoglie, simbolo della cultura della produttività. Una figura solitaria attraversa una sala luminosa dalle alte finestre, in tonalità calde e spoglie, simbolo della cultura della produttività.

Il calvinismo senza Dio ci ha lasciato l’esame e tolto il verdetto

Weber aveva descritto un’ascesi uscita dal chiostro per andare a lavorare nel mondo. Da allora gli strumenti per misurarsi si sono moltiplicati e il giudice è sparito.

La secolarizzazione ha tolto parecchie cose, e la colpa non è fra quelle. Il peccato è uscito dal vocabolario corrente, la salvezza anche, e la trascendenza oggi convince una minoranza. Quello che è rimasto in piedi è il calendario: la cultura della produttività chiede di non sprecare niente, e chiama inefficienza ciò che prima si chiamava difetto morale. Il lessico si è alleggerito, il registro no.

Questa somiglianza ha un nome e una data. Fra il 1904 e il 1905 Max Weber sostiene che l’ascesi protestante ha lasciato il chiostro e si è messa a lavorare dentro il mondo, dove ogni istante va sfruttato utilmente e perfino il riposo deve servire a qualcosa. Da allora quell’ascesi è rimasta al suo posto. Ha solo perso il committente.

La cultura della produttività ha un antenato, e si chiama etica protestante

Il punto di partenza di Weber è una dottrina scomoda: la predestinazione. Il destino di ciascuno è deciso da sempre e nessuna opera lo sposta, quindi il lavoro non compra niente — chi riesce non è diventato un eletto, ha scoperto di esserlo. Serve a leggere una condizione, non a produrla. Nella voce che l’Enciclopedia del Novecento dedica al protestantesimo la formula è che la predestinazione si vede dagli effetti che produce nella vita mondana, e che nel profitto si palesano gli effetti della Grazia.

Da questa premessa nasce l’ascesi intramondana, che non si esercita più nel chiostro ma dentro il mondo. Tutto il tempo viene concepito come tempo lavorativo e ogni istante va sfruttato utilmente; il tempo libero non si spreca in divertimenti futili, deve servire all’edificazione dell’uomo interiore. Fin qui la descrizione regge senza cambiare una parola: da «utilizza il tuo tempo!» si arriva al time is money di Franklin.

Quello che manca è il verdetto. Il calvinista misurava per leggere una sentenza emessa altrove; chi si misura oggi non ha nessuna sentenza da leggere, e i suoi numeri non registrano una posizione, la spostano. Restano gli strumenti, e chi li usa non ha più niente che gli dica a cosa servono. È la stessa mancanza che si annuncia come crisi culturale ogni volta che un’epoca si giudica peggiore della precedente.

Il self-tracking funziona, ed è questo che costa

Gli strumenti sono cambiati e la contabilità è rimasta la stessa. Passi, ore di sonno, minuti di concentrazione, calorie: quello che una volta si annotava a fine giornata adesso arriva da solo. Il corpo è la prima superficie su cui il conteggio si vede, e un corpo che ha passato l’esame smette di raccontare qualcosa.

Nel 2016 Jordan Etkin ha provato a misurare la misurazione. Sei esperimenti pubblicati sul Journal of Consumer Research, su attività ordinarie come camminare e leggere: chi vede il proprio conteggio cammina di più e legge di più, e le stesse attività gli piacciono di meno. La spiegazione è che l’attenzione si sposta sul risultato, e un’attività guardata dal lato del risultato comincia a somigliare a un lavoro. Etkin precisa che non accade sempre, e la precisazione conta. A valle il conteggio produce due effetti: cala la voglia di continuare e cala il benessere dichiarato.

Il punto è che la promessa viene mantenuta. Il self-tracking fa davvero camminare di più, leggere di più, stare più minuti sul compito; consuma la ragione per cui quelle cose erano state scelte e lascia in piedi la parte contabile, che a quel punto resta l’unica a poter dire se la giornata è andata bene. È lo stesso motore che rende così attraente ricominciare da capo: azzerare, aggiornarsi, ripartire.

Dall’ottimizzazione di sé alla coerenza obbligatoria

Se la vita diventa un aggiustamento continuo, l’efficienza da sola smette di bastare: bisogna anche risultare coerenti. Con quello che si dichiara, con quello che si compra, con le posizioni prese in pubblico. È la richiesta più esigente di tutte, perché non riguarda un risultato preciso: chiede che non resti niente da spiegare. Da lì l’ambivalenza diventa sospetta e l’esitazione un difetto di manutenzione.

La stessa richiesta arriva al lavoro, a cui si chiede di mantenere e insieme di dire qualcosa su chi lo fa. Un mestiere che sta già dalla parte giusta risparmia a chi lo esercita la fatica di dimostrarlo, ed è una delle ragioni per cui non ho scelto la cooperazione.

Qui però l’obiezione è seria e va detta per intero. Parlare della produttività come di una morale è un discorso che si fa quando il mese è coperto, e chiamare disciplina interiorizzata il secondo lavoro di qualcuno è un’operazione che riesce comoda da fuori, dove non si vede la differenza fra chi conta i passi e chi conta i turni che mancano.

E la parte che riguarda me non è il turno. Il sabato sera in sala è lavoro pagato, comincia e finisce. La parte che mi riguarda viene dopo, verso le due, quando apro il foglio con i settantatré articoli, le colonne dei link in entrata, la percentuale di paragrafi che finiscono con una frase a effetto, e ricomincio a rivedere cose che ho già rivisto. Quello non me l’ha chiesto nessuno.

E non lo faccio perché mi sento in colpa. Lo faccio perché il conteggio mi piace: la percentuale che scende è una soddisfazione pulita e immediata, che scrivere non dà quasi mai. Questo rende l’argomento più difficile. Una colpa si può smettere di sentirla; una cosa che piace resta lì anche dopo che le si è dato un nome, e intanto consuma proprio quello che veniva prima del conteggio.

Nessuno dirà mai che abbiamo finito

Il calvinismo era una dottrina spietata e aveva comunque un capolinea: la sentenza esisteva già, restava solo da capire quale fosse. Nella versione senza Dio quel punto d’arrivo non c’è: si continuano a produrre prove per un processo che nessuno chiuderà. È successo lo stesso al sapere, dove il pensiero viene ammesso solo quando non rischia più niente.

Per questo la domanda utile non è quanto misurarsi. È quale prova basterebbe: quale numero, quale giornata, quale versione di sé permetterebbe di dire che per oggi va bene così. Chi non sa rispondere non ha un problema di disciplina. Ha un criterio che non è mai stato scritto.

Gli articoli ti parlano?

Iscriviti alla Newsletter, ogni sabato mattina invio un pensiero che non trovi altrove.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *