Perché ho lasciato i social anche se scrivo online

Quando ho cominciato a scrivere online, entrare sui social sembrava quasi inevitabile. Solo dopo qualche mese ho capito che lasciare i social sarebbe stato più coerente che imparare ad abitarli. In fondo il ragionamento sembrava semplice: se pubblichi online, ha senso usare anche gli strumenti che promettono di allargare la visibilità e portare i testi fuori dal loro spazio naturale. Per qualche mese ho provato a farlo, non con entusiasmo particolare, ma con l’idea abbastanza pratica che facesse parte del gioco.

Poi mi sono accorto che il gioco non era quello che pensavo. I social non si limitavano a ospitare ciò che scrivevo, perché mi chiedevano anche altro: presenza continua, reattività, esposizione personale, una disponibilità costante a trasformare non solo i testi, ma anche me stesso in qualcosa di visibile, intercettabile, aggiornabile. A un certo punto ho capito che non stavo più semplicemente cercando un modo per diffondere meglio le mie idee. Stavo entrando in un ecosistema che consumava attenzione, deformava il linguaggio e spingeva chi scrive a vivere in uno stato di esposizione quasi permanente.

Per questo ho lasciato i social anche se scrivo online. Non per fuggire dal digitale, né per tenermi puro fuori dal mio tempo, ma per smettere di abitare un ambiente che mi chiedeva una postura mentale incompatibile con il tipo di presenza pubblica e di scrittura che volevo difendere.

La prima cosa che ho capito è stata questa: sui social non basta scrivere, bisogna anche comparire. Devi esserci con regolarità, renderti riconoscibile, trasformare ogni testo in un pretesto per mantenere viva una presenza. All’inizio pensi di usare quei canali per accompagnare ciò che fai, poi ti accorgi che il centro si sposta e non si tratta più solo di pubblicare delle idee, ma di restare continuamente esponibile insieme a esse.

È esattamente il meccanismo che Kyle Chayka descrive bene in un pezzo del New Yorker sul modo in cui Internet ha trasformato utenti e creatori in “content machines”: l’economia digitale non si nutre soltanto di opere, testi o immagini, ma anche della capacità di produrre contenuti di contorno su di sé e sul proprio lavoro. In pratica, chi prima poteva limitarsi a scrivere o pubblicare il proprio lavoro oggi viene spinto a passare molto tempo a produrre altro materiale su se stesso e sulla propria attività, perché è lì che si accumula visibilità.

Per me questo slittamento è stato il punto di rottura, quello in cui lasciare i social ha cominciato a sembrarmi più una forma di coerenza che una rinuncia. Non perché sia illegittimo voler far circolare meglio ciò che si scrive, ma perché a un certo punto ho visto che il lavoro reale rischiava di diventare secondario rispetto alla sua messa in scena. Non stavo più solo cercando lettori, stavo imparando, quasi senza volerlo, a rendermi leggibile come presenza, abbastanza rapido da restare dentro il flusso e abbastanza personale da risultare riconoscibile. E quel tipo di continuità non mi sembrava neutra, perché stava già deformando il rapporto con ciò che volevo dire.

Il problema, insomma, non era semplicemente la promozione. Era il fatto che l’autore venisse progressivamente trascinato dentro la logica del formato, fino a non essere più soltanto qualcuno che pubblica e poi si ritrae, ma qualcuno che deve restare disponibile, intercettabile, esposto. A quel punto non stavo più usando i social per far arrivare meglio le mie idee, ma stavo iniziando a riorganizzare il mio tempo e la mia postura attorno alla necessità di non scomparire.

È lo stesso meccanismo per cui condividere troppo sui social può farci perdere pezzi di vita prima ancora che ce ne accorgiamo, non perché ogni condivisione sia sbagliata, ma perché a un certo punto l’esperienza comincia a valere soprattutto per la sua disponibilità a essere trasformata in contenuto.

Ma il punto non era solo la visibilità. Col tempo mi sono accorto che i social non chiedono soltanto di comparire; chiedono un certo tipo di attenzione: intermittente, reattiva, sempre pronta a essere interrotta e richiamata. Entri per controllare una notifica o per vedere se un post ha avuto risonanza, e nel frattempo la mente cambia ritmo. Si abitua a saltare, a inseguire, a restare in superficie, e a quel punto non è più solo questione di tempo perso, ma di postura mentale.

È qui che mi è stato utile anche un saggio di Aeon sul costo dell’attenzione. Il ragionamento di fondo è semplice: ogni atto di attenzione implica una rinuncia ad altro, e in un ecosistema progettato per contendersela senza sosta questa rinuncia diventa sempre più dispersiva. Più clicchiamo e reagiamo, più il nostro tempo mentale si spezza in micro-unità difficili da ricomporre. Detto in modo meno elegante, uscivo dai social non solo con meno tempo, ma con meno continuità interiore.

Per chi scrive, questo pesa ancora di più. La scrittura ha bisogno di un’attenzione diversa, meno brillante magari, ma più lunga. I social, invece, allenano quasi l’opposto. Ti spingono verso un linguaggio rapido, comprimibile e subito spendibile. Ti chiedono di stare nel flusso senza mai interromperlo davvero. E a forza di abitarlo, il rischio non è solo scrivere peggio, ma cominciare a pensare secondo il ritmo di ciò che dovrebbe restare solo un mezzo.

A un certo punto ho capito che il vero prezzo di quell’ambiente non era la distrazione occasionale. Era il tipo di mente che mi stava abituando ad avere: più veloce, più nervosa, più esposta, ma anche meno capace di durata e di fedeltà a un pensiero che non chieda subito di essere convertito in reazione. Ed è lì che lasciare i social ha smesso di sembrarmi una semplice scelta di comunicazione, diventando sempre di più un modo per proteggere proprio la condizione mentale da cui volevo continuare a scrivere.

È per questo che, a un certo punto, lasciare i social ha smesso di sembrarmi una rinuncia. Mi è sembrato piuttosto un modo per distinguere due cose che oggi vengono confuse con troppa facilità: presenza pubblica e dipendenza dall’infrastruttura. Scrivere online non significa per forza abitare le piattaforme che monetizzano la visibilità, né accettare che ogni forma di circolazione debba passare attraverso notifiche, prestazione continua e disponibilità permanente. Lo stesso vale per lo scrivere con l’Intelligenza Artificiale, perché il problema non è usare uno strumento digitale, ma capire se quello strumento allarga la voce o la rende più dipendente dal ritmo dell’ambiente.

Un pezzo di The Atlantic sul lasciare un Internet “sempre in crisi” coglie bene proprio questo punto: andarsene da certi ambienti non equivale a ritirarsi dal mondo, ma a sottrarsi a spazi progettati per produrre allarme, dipendenza e reazione continua. Questa distinzione per me è diventata decisiva, perché non volevo diventare invisibile; volevo smettere di consegnare la mia attenzione a sistemi che la trasformano in materia prima.

È anche il motivo per cui continuo a trovare utile il TED di Tristan Harris sul modo in cui poche grandi aziende tecnologiche controllano miliardi di menti ogni giorno. Il suo punto centrale è semplice: queste piattaforme non si limitano a ospitare contenuti, ma orientano attivamente comportamenti, tempi di permanenza e reazioni. Se lo prendi sul serio, uscire non appare più come un capriccio individuale, ma come una forma minima di autodifesa cognitiva.

Per questo lasciare i social non ha significato smettere di scrivere in pubblico, né esclude per forza la possibilità di tornare sui social senza tornare indietro, se quel ritorno avviene con più distanza dal meccanismo. Ha significato scegliere un’altra forma di presenza, più lenta, meno immediata e meno dipendente dal ritmo delle piattaforme, forse meno estesa, ma anche meno ricattabile e soprattutto più coerente con il tipo di attenzione e di linguaggio che volevo continuare a proteggere.

Se ripenso al momento in cui ho aperto quei profili, lo rivedo ancora come un gesto pratico, quasi inevitabile. Scrivevo online, volevo farmi leggere di più, e i social sembravano lo strumento naturale per farlo. Non c’era nessuna grande illusione, nessuna fede particolare nella rete. Solo l’idea che, per accompagnare i testi, fosse normale stare anche lì. È proprio per questo che uscirne ha avuto per me un significato più netto: non stavo rinunciando a un luogo che avessi amato, stavo smettendo di adattarmi a un ambiente che, lentamente, mi chiedeva di diventare qualcuno che non volevo essere.

Non ho scelto di lasciare i social per mettermi fuori dal presente, né per assumere una superiorità morale rispetto a chi li usa. L’ho fatto perché, a un certo punto, mi è sembrato chiaro che quel tipo di ecosistema non si limitava a ospitare ciò che facevo, ma tendeva a consumarne le condizioni: l’attenzione, il linguaggio, il ritmo mentale, perfino il rapporto tra presenza e scrittura. E quando un ambiente ti chiede di sacrificare proprio ciò da cui il tuo lavoro prende forma, restarci dentro smette di essere un semplice compromesso.

Per questo uscire non è stato sparire. È stato provare a restare presente in un altro modo, anche meno visibile, ma più coerente con il tipo di scrittura che volevo proteggere. A volte, per continuare a scrivere, bisogna lasciare il luogo che ti chiede di trasformare ogni cosa in esposizione.

Se vuoi leggere altre riflessioni più intime e vissute, puoi trovarle in Storie personali & Scelte: momenti in cui la teoria si è fatta vita.

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