Perché oggi l’editoria rischia poco – e perché ho scelto di rischiare io

Alla London Book Fair di quest’anno la parola più ricorrente non era “novità”, ma “sicurezza”. I titoli più contesi sembravano costruiti per aderire a un trend, non per aprirne uno nuovo. Pitch veloci, tematiche riconoscibili, storie che rassicurano più di quanto rischino.

Il paradosso era evidente: in un luogo dedicato alla scoperta, quasi nessuno sembrava disposto a scommettere sull’imprevedibile. Il futuro del libro veniva raccontato come un esercizio di precauzione.

L’editoria tradizionale oggi pubblica soprattutto ciò che può permettersi di non fallire. Non è un difetto morale: è la logica di un settore che si difende più di quanto esplori. Ma questo ha una conseguenza precisa per chi scrive: tutto ciò che non rientra nei formati dominanti resta ai margini, indipendentemente dal suo valore.

Per questo, in un certo momento, ho smesso di aspettare che qualcuno si assumesse il rischio al posto mio. Non è stata una scelta contro l’editoria: è stata una scelta per il libro.

Negli ultimi anni l’editoria si è trasformata in un sistema che tende a proteggersi. Gli editor non lavorano più come scopritori, ma come analisti: devono prevedere cosa funzionerà, cosa può essere venduto rapidamente, cosa rientra in un’estetica riconoscibile. È una logica difensiva: prima di valutare un libro, si valuta la sua compatibilità con il mercato, la sua “pitchabilità”, la sua somiglianza con qualcosa che ha già avuto successo.

Il risultato è che un libro non nasce più come possibilità, ma come simulazione di rischio. Prima si controlla che aderirà alle aspettative, poi – solo poi – lo si legge davvero. E per un autore esordiente questo significa una cosa semplice: se non porti visibilità o formato, non entri nel discorso.

Anche il lettore viene educato a questa prudenza. Nelle librerie si trovano scaffali uniformi, storie intercambiabili, titoli calibrati per minimizzare l’ambiguità. È la stessa tendenza che George Saunders critica quando parla dell’attenzione come cuore della scrittura: ciò che richiede un minimo di densità, oggi, viene percepito come rischioso.

Non è un’accusa: è una diagnosi. L’editoria è diventata un sistema che sopravvive riducendo il margine d’incertezza. Ma è proprio in quel margine che nascono i libri che valgono la pena.

Come ha osservato Margaret Heffernan in un suo celebre TED, un sistema che evita il rischio finisce per produrre solo ciò che è già stato visto.

Quando ho finito di scrivere Nove estati di solitudine, non mi sono chiesto chi potesse pubblicarlo: mi sono chiesto che tipo di spazio gli serviva. Era un libro lento, intimo, fuori formato. Nulla che un editore potesse “pitchare” in dieci secondi. E, dopo aver osservato come funziona oggi la selezione editoriale, mi era chiaro che la priorità non sarebbe stata il libro, ma la sua compatibilità con il mercato.

La verità è semplice: in un sistema che non rischia, un autore deve decidere quanto rischio è disposto a prendersi lui. Io, in quel momento, ho preferito liberarmi dall’attesa. Non per ribellione, né per convinzione ideologica: per coerenza. Volevo vedere che vita avrebbe avuto un libro senza passare dal filtro della prudenza altrui.

Il self-publishing non è una terra promessa. Anche lì dominano i trend, le logiche algoritmiche, i libri usa-e-getta. Ma almeno il rapporto è diretto: se un testo funziona, funziona perché il lettore lo vuole; se fallisce, fallisce senza alibi. È un’esposizione più nuda, e proprio per questo più onesta.

Zadie Smith, in una delle sue lezioni più lucide, ricorda che lo scrittore vive sempre nello scarto tra ciò che immagina e ciò che riesce davvero a costruire. È uno spazio di fallimento, certo, ma anche di libertà: un luogo che l’editoria, oggi, tende a comprimere per paura di perdere terreno.

Per questo, quando l’alternativa è un sistema che chiede rassicurazioni, ho scelto il rischio più piccolo e più grande allo stesso tempo: assumermi la responsabilità del mio libro.

Il self-publishing non è un’alternativa virtuosa all’editoria tradizionale. Non lo è mai stato. È un territorio disordinato, dove libri ottimi convivono con prodotti costruiti per intercettare l’algoritmo. Ma proprio questa mancanza di struttura lo rende, paradossalmente, uno dei pochi luoghi dove un autore può permettersi ancora di sperimentare senza chiedere permesso.

In un sistema che premia ciò che assomiglia al già noto, il self diventa un laboratorio: uno spazio in cui testare una voce, un ritmo, una forma narrativa che non ha bisogno di rientrare in una categoria commerciale. Non garantisce nulla, non assicura risultati, non protegge da errori o fraintendimenti. Ma restituisce una cosa che l’editoria fatica più a offrire: la possibilità di tentare senza dover giustificare il tentativo.

È un principio che Paul Graham ha descritto con una chiarezza quasi brutale: molte cose nuove nascono ai margini, non al centro, perché il centro è troppo impegnato a non perdere equilibrio.

Non ho scelto il self perché lo ritengo superiore: l’ho scelto perché mi permette di mettere un libro nel mondo senza aspettare che un sistema spaventato decida se merita di esserci.

E questo, per chi scrive, è un esperimento che vale la pena fare almeno una volta.

Non credo che il self-publishing sia una scorciatoia, né che l’editoria tradizionale sia un modello superato. Sono semplicemente strumenti nati per logiche diverse. Oggi, però, esiste un divario evidente: l’editoria tende a ridurre il rischio; il self, nel bene e nel male, ti obbliga a prenderlo.

Pubblicare da solo non mi ha dato certezze, ma mi ha restituito qualcosa di più concreto: la possibilità di mettere un libro nel mondo senza doverlo semplificare per renderlo compatibile. È un risultato modesto, ma reale. Le poche letture che sono arrivate sono state scelte vere, non accidenti di catalogo. E questo, per me, è sufficiente.

Non ho chiuso la porta all’editoria. Semplicemente non l’ho lasciata decidere al posto mio. Se un giorno incontrerò un editore disposto a scommettere su un progetto senza chiedermi di diventare un algoritmo, lo ascolterò.

Fino ad allora, continuerò a fare ciò che ogni autore dovrebbe poter fare: assumermi il rischio delle mie scelte.

Pubblicare non è ottenere un sì.

È prendersi la responsabilità di esistere.

Se vuoi leggere altre riflessioni più intime e vissute, puoi trovarle in Storie personali & Scelte: momenti in cui la teoria si è fatta vita.

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