Un romanzo che nasce da anni di domande sul crescere, sull’identità, sui legami imperfetti.
La prima tappa narrativa di una ricerca che attraversa tutto il mio lavoro.
Da dove nasce questo romanzo
Nove estati di solitudine non è nato per raccontare una trama.
È nato per inseguire una ferita: il momento esatto in cui smettiamo di essere bambini.
Per anni ho scritto – sul blog, nei saggi, nei miei appunti – di memoria, solitudine, figure educative, fratture familiari, legami che plasmano il carattere più di quanto vorremmo ammettere.
A un certo punto mi sono accorto che tutte queste tracce puntavano allo stesso luogo:
quel confine sottile tra gioco e consapevolezza.
Questo romanzo è il tentativo di restare su quel confine più a lungo possibile, per ascoltarlo da dentro.
Il cuore della storia
Ogni estate Luca lascia Milano per la campagna veneta.
È un rito: una nonna inflessibile, una zia che prova a capirlo, pomeriggi lenti e un silenzio che cresce con lui, sul fondo dell’Italia rurale degli anni Ottanta.
Nell’ultima estate, la nona, qualcosa si incrina:
- un’amicizia che lo costringe a guardarsi,
- un diario che non doveva leggere,
- una domanda che non può evitare: chi sono quando nessuno mi guarda?
Il romanzo non parla di misteri da risolvere, ma del modo in cui un bambino diventa una persona quando sente che la realtà lo chiama per nome.
Perché fa parte della mia ricerca
Questo libro è il primo movimento di un percorso più ampio:
un lavoro che continua oggi nei saggi, nel blog, e nei romanzi in scrittura.
In Nove estati di solitudine c’è già tutto ciò che, negli anni successivi, sarebbe diventato centrale nel mio lavoro:
- la fragilità dei legami familiari;
- la domanda su che cosa significhi crescere;
- l’immaginazione come spazio di sopravvivenza;
- il rapporto tra solitudine e identità;
- la ricerca di un linguaggio che non spieghi, ma ascolti.
È un romanzo intimo, ma non autobiografico.
È la radice da cui sono nati gli altri progetti come Segui i tuoi geni e altri che stanno prendendo forma.
Estratto scelto
La Y10 correva lungo la provinciale, tagliando l’aria tiepida del mattino. Franci, al volante, parlava a denti stretti con i camion che non si spostavano e con i semafori che sembravano divertirsi a ostacolarla.
Emma, seduta accanto, guardava fuori, masticando nervosamente il silenzio.
Luca stava dietro, in silenzio.
Aveva ancora il biglietto stretto tra le dita. Un foglietto stropicciato, scritto con una penna che aveva sbavato l’inchiostro sul numero di telefono. Lo teneva come si tiene una cosa che si ha paura di perdere. Una cosa viva.
Una lacrima gli scese piano lungo la guancia. Non la asciugò. Lasciò che si facesse strada da sola, senza fretta.
Emma lo guardò dallo specchietto retrovisore. Per un attimo dimenticò l’ora, il treno, la valigia mezza chiusa. Lo osservò in silenzio, chiedendosi cosa gli passasse per la testa.
Luca, invece, pensava a una stanza buia. A una sedia vuota. A una voce che aspettava solo un cenno. Una bussata. Una domanda semplice.
La solitudine, capì, non era un castigo.
Era un mondo che ci si costruiva da soli.
Una porta chiusa.
E a volte bastava bussare.
L’autore
Mi chiamo Stefano Menegaldo e scrivo storie che cercano di illuminare i punti ciechi dell’identità: la memoria, le relazioni, il coraggio di cambiare forma.
Se vuoi sapere qualcosa in più su di me, qui trovi la mia storia.
Nove estati di solitudine è il mio primo passo nella narrativa contemporanea italiana, e la radice del percorso che oggi continua tra saggistica e nuovi romanzi.
Su Ognuno è Entrambi condivido i frammenti di questo cammino.

