Cosa significa davvero autopubblicare un libro

Quando ho terminato la stesura di Nove estati di solitudine, e ho iniziato a pensare a come autopubblicare il libro, ho provato una sensazione misurata, quasi ordinaria. Non era entusiasmo, né sollievo. Era piuttosto l’impressione di aver portato a compimento un lavoro che aveva richiesto tempo, continuità, revisioni. I capitoli erano al loro posto, le transizioni reggevano, le ultime correzioni avevano tolto le asperità più evidenti. Il file salvato sul computer sembrava contenere qualcosa di concluso.

Per qualche giorno ho dato per scontato che il libro esistesse già. In fondo, avevo fatto ciò che ritenevo essenziale: scrivere una storia coerente e sostenerla fino all’ultima pagina. L’idea che mancasse ancora qualcosa non era del tutto presente. Pubblicare appariva come un passaggio successivo, quasi tecnico, una formalità necessaria ma secondaria rispetto al gesto creativo.

È stato nel momento in cui ho iniziato a occuparmi concretamente della pubblicazione che questa percezione ha cominciato a incrinarsi. Non per difficoltà particolari, né per ostacoli imprevisti, ma per una constatazione semplice: tra un manoscritto e un libro c’è una distanza che la scrittura, da sola, non colma. Quella distanza non riguarda soltanto la forma grafica o la distribuzione, ma il modo in cui un testo diventa accessibile, leggibile, situato.

Finché scrivevo, il romanzo era interamente sotto il mio controllo. Nel momento in cui ho pensato a come renderlo pubblico, ho iniziato a intuire che il controllo non era più la categoria decisiva. C’era altro, e non era marginale.

È in questo passaggio che la scelta dell’autopubblicazione ha assunto un significato diverso da quello che le attribuivo inizialmente. Non si è trattato semplicemente di preferire una piattaforma a una casa editrice, né di rivendicare maggiore autonomia. Si è trattato piuttosto di prendere atto che il libro non coincide con il manoscritto e che la scrittura non esaurisce il processo che rende un’opera effettivamente esistente.

Alcune analisi critiche sul self-publishing hanno messo in luce proprio questo punto: la promessa di emancipazione individuale tende a nascondere il fatto che il sistema non scompare, ma cambia configurazione. Un contributo significativo in questa direzione è l’articolo pubblicato sull’International Journal of Cultural Policy, che mostra come l’assenza dell’editore tradizionale non elimini la mediazione, ma ne redistribuisca il peso.

La tesi che emerge da questa esperienza è semplice: autopubblicare non significa sottrarsi a un sistema, ma assumerlo interamente.

La figura dello scrittore che continua a orientare il nostro immaginario è ancora profondamente segnata da un modello romantico: qualcuno che produce senso in solitudine e lo consegna al mondo nella sua forma più autentica. In questa rappresentazione, tutto ciò che segue la scrittura – editing, impaginazione, copertina, distribuzione – appare come un insieme di operazioni secondarie, quasi esterne all’opera stessa. Il nucleo creativo coinciderebbe interamente con il testo.

Questo modo di pensare non è privo di fascino, perché protegge l’idea di purezza dell’atto creativo. Se la scrittura è il centro assoluto, tutto il resto può essere percepito come interferenza o compromesso. Il mercato diventa un elemento estraneo, la promozione una necessità scomoda, la forma materiale del libro un dettaglio tecnico.

Eppure, già nel momento in cui si accetta di pubblicare, questa separazione comincia a vacillare. Pubblicare non significa soltanto rendere disponibile un file o un oggetto stampato; significa collocare un testo in uno spazio condiviso. Jonathan Harris, nel suo intervento TED dedicato al senso del pubblicare, insiste proprio su questo passaggio: la pubblicazione non è semplicemente produzione, ma esposizione e relazione. Un’opera esiste davvero quando entra in un circuito di sguardi, letture, interpretazioni.

Se questo è vero, allora l’autore non può limitarsi a considerare la scrittura come unico atto costitutivo del libro. Il momento in cui il testo diventa pubblico non è un’aggiunta accessoria, ma una trasformazione che modifica il suo statuto. Ed è qui che l’immagine dell’autore isolato mostra i suoi limiti.

Quando si entra concretamente nel processo di pubblicazione, ciò che cambia non è tanto la natura delle operazioni necessarie, quanto il modo in cui esse si distribuiscono. L’autopubblicazione non elimina passaggi come l’editing, la progettazione della copertina, l’impaginazione o la costruzione della descrizione editoriale. Questi elementi restano indispensabili, perché riguardano il modo in cui il testo diventa leggibile e accessibile. La differenza è che non vengono più gestiti da una struttura esterna, ma ricadono in gran parte sull’autore.

Molte guide che mettono a confronto self-publishing ed editoria tradizionale insistono proprio su questo punto: il maggiore controllo creativo è sempre accompagnato da un aumento delle responsabilità operative. L’analisi proposta da Nathan Bransford mostra con chiarezza come autonomia, velocità e gestione diretta delle decisioni editoriali comportino inevitabilmente anche una maggiore esposizione ai rischi del processo. Non si tratta quindi di un passaggio dalla dipendenza alla libertà assoluta, ma di una diversa distribuzione delle funzioni che permettono al libro di esistere.

Una sintesi altrettanto utile si trova nella panoramica offerta da Reedsy, dove vengono messi a confronto i due modelli editoriali non come alternative ideologiche, ma come strutture organizzative diverse. Nel primo caso, molte delle decisioni vengono prese da professionisti interni alla casa editrice; nel secondo, quelle stesse decisioni tendono a convergere sull’autore, che deve scegliere se affrontarle direttamente o delegarle a collaboratori esterni.

L’autopubblicazione, da questo punto di vista, funziona quasi come un dispositivo di visibilità. Rende evidente una catena di passaggi che nell’editoria tradizionale resta spesso implicita. Il libro non nasce solo dalla scrittura, ma dall’interazione tra una serie di pratiche – formali, tecniche e relazionali – che rendono il testo riconoscibile e accessibile a un lettore. Quando queste pratiche non sono più distribuite tra più figure professionali, diventano improvvisamente percepibili nella loro interezza.

La parte più istruttiva del percorso non è stata tanto la pubblicazione in sé, quanto ciò che è accaduto dopo. Finché il romanzo restava nel mio computer, la sua esistenza coincideva interamente con la scrittura e con le revisioni successive. Il lavoro era concentrato sul testo: ritmo, coerenza interna, equilibrio tra le scene. Tutto avveniva dentro il perimetro della pagina.

Il momento in cui il libro ha iniziato a circolare ha spostato lentamente questo centro di gravità. Non è stato un cambiamento improvviso, ma una progressiva presa di coscienza. Il romanzo non prende forma solo quando viene stampato o reso disponibile online; prende forma quando qualcuno lo legge e lo restituisce sotto forma di impressione, domanda, interpretazione. È in quel passaggio che il testo smette di essere un progetto personale e diventa qualcosa che esiste anche per altri.

Gran parte delle copie che ho venduto non sono passate attraverso piattaforme digitali, ma attraverso incontri diretti: presentazioni, conversazioni informali, passaparola. Non è un rifiuto del canale online né una nostalgia per forme di diffusione più tradizionali. È semplicemente il modo in cui, nel mio caso, il libro ha iniziato a trovare lettori. Il punto interessante non è il mezzo utilizzato, ma il fatto che la circolazione dell’opera dipende sempre da un contesto relazionale.

Questo passaggio rende evidente qualcosa che durante la scrittura tende a restare sullo sfondo. Scrivere è un gesto inevitabilmente individuale, spesso silenzioso e concentrato. Pubblicare introduce invece una dimensione diversa, fatta di esposizione e di confronto. Il testo continua a essere lo stesso, ma il suo statuto cambia: da oggetto privato diventa punto di incontro tra chi scrive e chi legge.

Ripensando al momento in cui ho terminato la stesura del romanzo, mi accorgo che quella sensazione iniziale di compimento era solo parziale. Avevo concluso il lavoro sul testo, ma non avevo ancora attraversato il processo che lo avrebbe trasformato in un libro vero e proprio. Scrivere e pubblicare non sono due momenti separati solo in senso temporale; appartengono a livelli diversi della stessa esperienza.

L’autopubblicazione mi ha portato a vedere con maggiore chiarezza questa distinzione. Non perché rappresenti una soluzione migliore o peggiore rispetto all’editoria tradizionale, ma perché espone direttamente le fasi che normalmente restano distribuite tra più figure professionali. Quello che prima appariva come un insieme di operazioni marginali – la forma editoriale, la presentazione del libro, il contatto con i lettori – diventa improvvisamente parte integrante del processo.

Alla fine, il cambiamento più significativo non riguarda tanto il modo in cui il romanzo viene pubblicato, quanto il modo in cui si comprende la natura del lavoro dell’autore. Il manoscritto resta il punto di partenza indispensabile, ma non coincide con l’intero percorso. Tra il momento in cui una storia viene scritta e quello in cui qualcuno la legge esiste uno spazio che deve essere attraversato. L’autopubblicazione, nel mio caso, ha semplicemente reso questo spazio più visibile.

Se vuoi leggere altre riflessioni più intime e vissute, puoi trovarle in Storie personali & Scelte: momenti in cui la teoria si è fatta vita.

Ti ha parlato questo articolo?

Ogni sabato mattina invio un pensiero che non trovi altrove.

Con l’iscrizione accetti la privacy policy.

Rispondi

Scopri di più da Ognuno è Entrambi

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere